Incipit videoludens – Ottavo movimento, il ladro


Per un breve periodo io e il ragazzo del Mahjong ci frequentammo. Anche se non proprio in maniera assidua, però ciò non toglie che il nostro rapporto nato a suon di gettoni in sala giochi si reggeva autonomamente. Anche perché incontrarsi e scambiare due chiacchiere sull’ultimo sparatutto o platform che fosse era diventata un’esperienza giornaliera. Non di rado si usciva dalla “sala” pure per fare qualche scorribanda metropolitana. Non mi importava che egli avesse dimostrato platealmente di essere un piromane inveterato, nonostante tutto mi stava simpatico lo stesso.

Ma a breve sarebbe accaduto un evento che mi avrebbe fatto cambiare idea su di lui. Un giorno ci recammo dal tabaccaio del centro città per non ricordo quale commissione. Mentre la signora era intenta sul retrobottega egli in maniera fulminea mi disse :”Prendi quella gomma!”. Riferendosi a una gomma da cancellare che si trovava in bella vista sul bancone. Io con fare interrogativo lo guardai cercando di afferrare quel che aveva intenzione di comunicarmi.

“Prendi quella gomma allora!”, ripeté nuovamente. A quel punto la sua richiesta era molto chiara. Ma che diavolo era, una sorta di prova? Tra l’altro perché dovevo rubarla IO? Mentre le domande si affollavano mi venne in mente che avevo in tasca i soldi necessari e quindi manifestai la cosa al mio amico. Non feci in tempo a terminare il concetto che egli in uno scatto prese la gomma esposta se la infilò in tasca e con uno scatto felino uscì dal negozio in un lampo.

A quel punto uscii di corsa anche io e presi a cercarlo nei paraggi, ma di lui nessuna traccia. Di certo quella esperienza instillò in me molto interrogativi. Io che ero stato educato da mamma in stile vittoriano, apprensiva e ligia delle regole non potevo capacitarmi di un comportamento del genere. Oggi guardandomi dal di fuori, per il ragazzino che ero, posso solo sorridere di quanto fossi ingenuo, ben educato e riservato all’epoca dei fatti. Caratteristiche che mi rendevano tutto sommato molto più centrato e deciso di quanto non lo posso essere oggi.

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Incipit videoludens – Settimo movimento, il piromane


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Io in sala giochi ci andavo per giocare con i videogiochi ma evidentemente non tutti erano dello stesso avviso. Frequentando per un certo periodo gli stessi ambienti fumosi capitava anche di fare amicizia e di conoscere un ragguardevole numero di casi umani da far invidia a un bestiario medievale.

Un giorno conobbi il figlio del gestore della sala, a prima vista un ragazzino pacato e dai modi educati. Condividevamo la stessa passione per i coin-op in voga in quel periodo.  Lui mirava ai giochi più mentali tipo Tetris o il Mahjong, io ero propenso più all’azione e alla ultraviolenza. Sta di fatto che diventammo amici nel momento in cui si passa per quella fase adolescenziale in cui qualsiasi cosa si ha per le mani può diventare pericolosa, da una penna Bic a uno Zippo.

Improvvisamente un giorno egli tirò fuori da una tasca del bomber un pacchetto di cerini. Pensavo volesse provare a fumare o accendersi un raudo ma la sua mente improvvisò qualcosa di ancora più subdolo. Si era di Maggio in zona del lungomare e fuori dalla sala giochi c’era un bel mucchio di sfiuto di pioppi accumulatosi in un angolo tra una palazzina e l’altra formando una specie di suggestivo manto nevoso.

Di punto in bianco senza dare spiegazioni l’amico con rapido gesto accese il cerino e lo lanciò in mezzo al cumulo che prese fuoco istantaneamente con una fiammata. Non ebbi il tempo di dire nulla che la fiammata si era estinta lasciando sul terreno dei detriti abbrustoliti. Rendendoci conto che nessuno dei passanti si era accorto di nulla, abbassammo lo sguardo cercando di allontanarci il più presto possibile dal luogo del misfatto senza proferire parola. Ritornammo solo a sera quando fummo sicuri che suo padre fosse stato più distratto dall’affluenza di gente nel locale che dall’occuparsi di noi.

Quell’esperienza mi insegnò molte cose. In primis, a non fidarmi delle apparenze, ovvero che se uno gioca a Mahjong non vuol dire che sia per forza un secchione irreprensibile timorato da Dio. Ma anzi credo che egli abbia sviluppato la sua indole criminale anche grazie a puzzle game simili al Mahjong!

Noi che negli anni 80 avevamo i muscoli


Negli anni 80 c’erano un sacco di muscoli per tutti, tanto che bastava che accendevi la tv o andavi in edicola o ti capitava di giocare a un videogame che l’eroe muscoloso era la regola. Viene da pensare che i nostri eroi (prima di suicidarsi) passassero intere giornate in palestra in estenuanti allenamenti. Ma qualcosa deve essere accaduto già da prima … Basti pensare al biondo He-man che affrontava orde di nemici muscolosi anch’essi. Anzi, si può dire che i pupazzetti della serie avessero un corpo muscoloso standard su cui veniva applicata la testa del personaggio e un colore diverso. Per non parlare degli alienati exogini che tra un’orrida invasione e un’altra non mancavano di sfoggiare un fisico iper pompato. Insomma se negli anni 80 se non avevi i muscoli non eri nessuno.

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Da qualche tempo a questa parte qui in paese si è testimoni di una nuova orrenda specie di invasione, qualcosa che in altri tempi non sarebbe mai stato possibile. Qualcosa di orrendo e suggestivo allo stesso tempo; sto parlando della proliferazione selvaggia dei volantini pubblicitari. E io che sono scappato dal mondo civile per barricarmi nella mia fortezza medievale riscopro anche qui orride vestigia del mondo meccanizzato inseguirmi senza sosta.

E’ un destino che ci tocca, noi poveri e disillusi mortali, quello d’essere costantemente informati sull’epoca corrente, sugli sconti e sulle offerte migliori del panorama Grande Distribuzione. Una distribuzione capillare, così capillare da spingersi oltre la leggendaria soglia dei 20 chilometri di distanza dalla metropoli. In compenso ti ritrovi nella posta un pratico pieghevole con le ultime news in quanto a verdure, insaccati e sottaceti!

Ancora più inquietanti di tutto questo sono gli oscuri emissari malpagati delegati alla distribuzione di questo materiale cartaceo non richiesto. Si aggirano in lungo e in largo per il paese come ombre diafane alla ricerca di uno spiraglio dove infilare furtivamente il fardello che portano con loro. Figure traballanti e grottesche ripiegate su sé stesse che invadono e accerchiano il paese, nessuno le considera, nessuno a offrirgli un pasto caldo o una parola di conforto, perché si portano appresso il messaggio dei loro padroni.

Fossimo stati in altri tempi avrebbero sbarrato la porta maggiore e issato il ponte levatoio, versando sulle loro teste tonnellate di pece nera bollente. Ma oggi niente, li lasciano scorrazzare per il paese con il loro carico di miseria fino alla prossima scorribanda.

Attesa infinita


Un giorno mi chiama un mio amico delle medie. Dice che è una vita che non ci si vede e allora perché non andiamo a prenderci un caffè assieme? Io accetto e arrivo bel bello all’appuntamento puntuale come la morte. Spacco il secondo ma di lui manco l’ombra. Maledico allora me stesso per il mio viziaccio di arrivare puntuale agli appuntamenti! Nonostante un’onorata carriera da “aspettatore” ci casco sempre, e arrivo sempre dannatamente in orario.

Credo che nonostante i miei sforzi di arrivare in orario agli appuntamenti solo una o due volte l’altro si sia presentato puntuale a sua volta. Penso sia una cosa a cui non si comanda, come l’amore; anzi, deve essere come un’istinto fuori da ogni controllo. Più sono le premure verso un ritardatario nel raccomandarsi di non arrivare in ritardo, maggiori saranno le probabilità che esso possa effettivamente tardare o addirittura non presentarsi.

Una volta a un’appuntamento mi si presentò un’altra persona che non conoscevo nemmeno. Disse che era dispiaciuto ma l’individuo con cui avevo un incontro non poteva arrivare, forse era morto, probabilmente era stato risucchiato vivo da un frullatore gigante o una cosa simile. Non lo incontrai mai più.

L’incipit del giorno


Abito a villa Borghese. Non un granello di polvere, non una sedia fuori posto. Siamo soli, e siamo morti.
Ieri sera Boris si è accorto di avere i pidocchi. Gli ho dovuto radere le ascelle, ma il prurito non ha smesso. Come si fa a prendere i pidocchi in un posto bello come questo? Ma non pensiamoci. Non ci saremmo mai conosciuti cosí intimamente, Boris ed io, se non fosse stato per i pidocchi.
Boris mi ha fornito poco fa un compendio di come la vede. È un profeta del tempo. Farà brutto ancora, dice. Ci saranno ancora calamità, ancora morte, disperazione. Non c’è il minimo indizio di cambiamento. Il cancro del tempo ci divora. I nostri eroi si sono uccisi, o s’uccidono. Protagonista, dunque, non è il Tempo, ma l’Atemporalità. Dobbiamo metterci al passo, passo serrato, verso la prigione della morte. Non c’è scampo. Non cambierà stagione.

È l’autunno del mio secondo anno a Parigi. Ci sono stato mandato per una ragione che ancora non sono riuscito a penetrare. Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo piú felice del mondo. Un anno, sei mesi fa, pensavo d’essere un artista. Ora non lo penso piú, lo sono. Tutto quel che era letteratura, mi è cascato di dosso. Non ci sono piú libri da scrivere, grazie a Dio.

E questo allora? Questo non è un libro. È libello, calunnia, diffamazione. Ma non è un libro, nel senso usuale della parola. No, questo è un insulto prolungato, uno scaracchio in faccia all’Arte, un calcio alla Divinità, all’Uomo, al Destino, al Tempo, all’Amore, alla Bellezza… a quel che vi pare. Canterò per voi, forse stonando un po’, ma canterò. Canterò mentre crepate, danzerò sulla vostra sporca carogna… Per cantare bisogna prima aprire la bocca. Ci vogliono un paio di polmoni, e qualche nozione di musica. Non occorre avere fisarmonica, o chitarra. Quel che conta è voler cantare. E dunque questo è canto. Io canto.

[Henry Miller – Tropico del Cancro]

E io sto vicino a te


 

Si adagia la sera
su tetti e lampioni
e sui vetri appannati dei bar
e il freddo ci mangia
la mente e le mani
e il colore dell’ambra dov’è?
ripensa alla luce
e al sole d’Italia
che Dante d’autunno cantò

che io sto vicino a te
e tu sai perché
stai vicino a me
questa notte e domani se puoi

ricordi via Roma
la luna rideva
lì ti ho scelto e voluto per me
mi guardavi e parlavi
dei volti tuoi strani
degli occhi a cui hai tolto l’età
e ora si scioglie la sera
nei pernod, nei caffè
nei ricordi che abbiamo di noi
per amore tradivi
per esister morivi
per trovarmi fuggivi fin qua
perché Livorno dà gloria
soltanto all’esilio
e ai morti la celebrità

ma io sto vicino a te
in silenzio accanto a te
stai vicino a me
questa notte e domani se puoi

questa notte e altre notti
verranno anche se
non sentiremo ancora cantar
ascolteremo la pioggia
bagnarci i colori
e mischiare i miei pensieri nei tuoi
ormai è l’alba e ho paura
di stare a restare
da sola a scordarmi di noi

e allora sto
vicino a te
anche se non vedi che
io son qui vicino a te
questa notte e domani
sarò…

Lavori in corso!


Trovo sempre più affinità con il mio vicino. Lui è imbarcato nella titanica impresa di ristrutturare una casa gigantesca tutto da solo, io mi ritrovo sempre braccato in casa al pc a sbrigare lavoretti malpagati, impresa epica anche la mia. Abbiamo più cose in comune di quello che credessi.

Lui un tempo era muratore, poi per una improbabile congiunzione astrale ha da qualche hanno perso il lavoro ma non perdendosi d’animo ha deciso di riprendere in mano la cazzuola e di risistemare questo enorme edificio tutto da solo, armato solo della sua pazienza.

L’altro giorno sono uscito di casa e lui era sul tetto della sua che lanciava improperi e bestemmie, poi ho visto che stava martellando qualcosa tra i coppi facendo schizzare verso il basso piccoli pezzi di cemento, mi ha detto poi che qualcosa era andato storto e chi gli aveva fatto un lavoro gliel’aveva fatto male. Lui è fatto così, per giorni sparisce e si rinchiude nella sua casa in costruzione, altri giorni lo vedi girare per il paese più simile a un serial killer che maledice il prossimo e brontola con qualcuno che gli deve dei soldi.