Invasione vegetale


L’altro giorno inavvertitamente qualcuno, maneggiando tra le cose stipate sul pensile della cucina, fece cadere la busta dei fagioli che andarono rovinosamente a spargersi per tutta la stanza insinuandosi anche nei pertugi più inarrivabili. Inutile dire che quel qualcuno non fossi io ma la mia dolce consorte, anche perché l’unica cosa che faccio io in cucina è mangiare. O forse alle volte capita di lavare i piatti. La nostra arroganza però raggiunse in quell’occasione i limiti del parossismo perché fummo indotti a pensare, dopo una veloce sistemazione, di aver estirpato una volta per tutte il di certo disordine venutosi a creare nonché l’onda vegetale propagatasi all’interno del locale tutto sotto forma di fagiolo.

Ora non ricordo esattamente la tipologia di fagiolo incriminato ma non è importante a questo punto saperlo di per certo. Sta di fatto che i giorni successivi da parte nostra continuammo bel belli la nostra esistenza abituale affacendati come sempre nelle questioni inerenti la nostra sopravvivenza su questo pianeta ingnari del fatto che qualcuno o qualcosa invece aveva già posto le basi per la sua di sopravvivenza, mettendo radici in luoghi a noi inesplorati come può essere uno scolaposate. Dallo scolaposate infatti ora emergeva un getto verde, quasi fosse un piccolo ramo, lungo circa una quindicina di centimetri dal cui si scorgevano già le prime timide foglioline in via di formazione.

Emergeva tra le posate a scolare in posizione eretta quasi voler abbrancare l’aria attorno a sé. Dopo il primo stupore lo presi per una estremità e per un attimo lo tenni a penzoloni sotto lo sguardo stupito di tutti che si chiedevano da dove arrivava quell’ospite particolare. Già immaginavo mia figlia che avrebbe chiesto di tenerlo! Quasi fosse un gattino o una papera. L’unica cosa che riuscì a dire fu : ‘Ma che ci fa quest’intruso a casa nostra senza pagare l’affitto?!!

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Nei Films americani


Da piccolo, attorno al televisore a tubo catodico quando si guardava un film americano, ricordo che in famiglia girava questa leggenda in merito ai film oltreoceano. Quando qualcuno diceva “andrà tutto bene…” di solito uno dei protagonisti ci lasciava le penne in malo modo. Tipo investito da un treno in corsa, precipitando da un dirupo o semplicemente colto da un infarto. Sulle prime pensai si trattasse di una storia senza ne capo ne coda poi col tempo capii che i film americani seguono rigidi cliché imprescindibili e durissimi a morire.

1 metro di pioggia – La saga


Ripropongo qui di seguito nella sua interezza un mio racconto che mi accompagnò per svariati post qualche anno fa sempre sul mio blog. Leggete e godetene tutti!

Il sabato aveva tutti i presupposti per essere un sabato radioso, tranquillo, simpatico e soprattutto asciutto. Il sole illuminava i docili pendii del monte alle nostre spalle mentre si percorreva la statale a velocità sostenuta, muliebri cinguettii di pettirossi ci accompagnavano dolcemente alla nostra meta facendoci sognare di giornate assolate a rotolarci tra gli sterpi. Visioni vagamente pastorali prima di quello che si sarebbe trasformata in un’ecatombe di acqua, terra e fulmini. Sto parlando del mio sabato, passato al bancone di un bar con una birra media aspettando che spiovesse.

Ci stavamo godendo appieno la giornata che si prospettava come splendida. C’era in ballo questo appuntamento a una certa ora al parco sotto un certo gazebo del bar per aperitivo. Arrivati sul posto ci accorgemmo immediatamente che  il baccanale era in pieno svolgimento, la birra scorreva a fiumi il tizio del catering distribuiva pizzette ai presenti come fossero frisbee. Sotto la tettoia del bar era un gran fracasso musicale perché in quel momento avevano incominciato i suonatori, un complesso di guitti con pantaloni corti occhiali da sole e scarpe eleganti da passeggio. Con un’ora e un quarto di ritardo arriva l’amica della mia ragazza con il suo cavaliere visibilmente scosso, pensavo fosse solo un po di stordimento alla vista della mia barba allo stato brado. Invece forse presagiva la situazione che ci si sarebbe profilata di li a poco.

Notavo infatti che con fare furtivo continuava, come un comandante a bordo di una corvetta militare, a scrutare l’orizzonte, a saggiare la densità dell’aria, la direzione del vento. Stavo per chiedergli secondo lui in che direzione era il nord quando incontrai un mio conoscente che quella sera suonava proprio li sotto la tettoia, al ché capii che saremmo rimasti bloccati all’interno della festa finché loro non si fossero esibiti. Ma il buon Dio provvedette in altra maniera. Verso le 20.55 un forte vento iniziò a spirare da nord-est, il comandante di corvetta si era trasformato ora in un moderno Achab, vedeva il male dappertutto, incominciò ad avvisarci con velati messaggi di sventura riguardanti le condizioni atmosferiche. Disse che se le cose non miglioravano di li a cinque minuti se ne sarebbe andato. Disse che a costo di lasciare sola la dolce consorte lui avrebbe levato le tende perché le cose sarebbero volte certamente al peggio. Cercai di sdrammatizzare con una frase tipo Baci Perugina sulle mezze stagioni. Di li a poco scomparve e nessuno più lo vide.

Chiesi a quel punto alla mia lei di allontanarci un secondino dal fracasso della festa per renderci conto meglio delle reali condizioni del cielo che ad una rapida analisi si rivelò plumbeo come la morte e carico di fulmini e saette. Nel mio sfacciato ottimismo dichiarai che non c’era nulla da temere, si sarebbe trattato di un fottuto acquazzone pre-estivo e nulla più, risoltosi in una quindicina di minuti. Nulla di preoccupante quindi. Come in risposta alle mie parole le nuvole al di sopra le nostre teste iniziarono a riversare sulla tettoia litrate di acqua al secondo, le cateratte dei cieli si aprirono con gran fragore sul gazebo. A quel punto ognuno dei presenti iniziò a cogitare una scusa per potersene andare, chi andava a cenare la seconda volta, chi aveva la mamma ammalata scappava in gran fretta, chi aveva il turno serale e quindi proprio doveva lasciarci, la nostra amica decise che sarebbe andata in pizzeria a spararsi una quattro stagioni con picchio pacchio.

Io ero invece dannatamente bloccato dalla promessa fatta al mio conoscente di rimanere, qualsiasi cosa fosse successa! Volevo essere come Acquaman, trasformarmi in una nuvoletta di vapore acqueo e scappare non visto da quella situazione incresciosa. La situazione infatti faceva acqua da tutte le parti, come la tettoia sopra di noi. Iniziò infatti a piovere da ogni lato, dai fianchi e da sopra grazie a delle intercapedini che lasciavano filtrare l’acqua, ci accalcammo tutti come sardine verso il centro del gazebo mentre fuochi e fulmini ci saettavano attorno. Guardai la mia ragazza negli occhi e vidi una patina di disperazione sul suo volto! Decisi quindi per una birra media a testa con patatine.

Mentre mi ingollavo la mia razione di patate pensavo al fatto che ci stavamo perdendo nel flusso cosmico degli eventi, non avevamo a quel punto più presa su accadimento alcuno, sballottati, triturati, avviliti, come eravamo in quel momento. Eravamo alla mercè degli elementi primordiali senza possibilità di ritorno, probabilmente avrebbero trovato le nostre carcasse sotto 12 metri di terra tra un migliaio di anni, antiche e gloriose vestigia di un tempo che fu. Il solo pensiero di uscire all’aria aperta metteva alla mia lei una paura da cacarsi sotto. Ma dopo un’oretta di banco bar decidemmo di uscire ad ogni costo.

Verso la Libertà

Finita la scorta di patatine decidemmo di levare le tende ad ogni costo. Il barista aveva però chiuso accuratamente la porta, ma noi decidemmo pure di forzare il blocco. Il figuro si era dato da fare per barricare ben benino l’uscita e a questo scopo si era impegnato a sbarrare la strada con ogni sorta di materiale che il vento impetuoso gli aveva portato vicino, fusti di birra vuoti, tronchi d’albero, balle di fieno e quant’altro potesse evitare una fuga repentina.

Preso dallo sconforto a quella vista mi venne l’idea di prendere un bambino con il gelato in mano che stava passando accanto al banco in quel momento e usarlo a mò di ariete, non ci avrebbero presi tanto facilmente quindi ma ci avrebbero accusato comunque per maltrattamento di minore. Dopo essermi assicurato della presenza della mia ragazza, decisi per l’azione e allungando la mano al di là del bancone presi un caschetto da ciclista che stava accanto ai bicchieri. Lo calzai ben benino in testa. Il seguito degli eventi si susseguì in maniera forsennata, vuoi per la craniata che detti contro la porta di ingresso vuoi per la birra doppio malto che stava facendo effetto.

Comunque forzare il blocco non fu difficile, iniziai a caricare di gran velocità, riuscii con un balzo a passare i detriti depositati prima dell’ingresso e andai a cozzare in pieno contro la vetrata della porta che si aprì scardinando il lucchetto. Una volta accortasi della presenza di un varco la marea umana del bar iniziò a scalmanarsi d’un tratto. Anche chi mangiava ai tavoli si alzò in tutta fretta per poter uscire, io mi ero già guadagnato il primo posto del varco. Ero in pole e niente mi avrebbe portato indietro.

Allungai un braccio verso la mia lei ma la vidi che si stava liberando dalla presa del barista infoiato, dal passaggio filtrava una corrente maledettamente forte. Con uno strattone liberai la ragazza dalle grinfie del bruto assalitore che come un ragno morto stramazzò a terra con il vassoio a fianco. Feci appena in tempo a gridargli … “DI QUAAAA!” che fummo subito fuori, catapultati verso l’esterno come il risucchio di un immane imbuto.

La Grande fuga

Ci trovammo quindi subito fuori a correr all’impazzata tra la pioggia, cadevano gocce grosse quanto un Chiwawa. Mi vennero allora alla mente due cose: la scena iniziale di “Salvate il soldato Ryan” durante le prime fasi dello sbarco e la storia del tizio che riusciva a schivare le gocce di pioggia, anche io volevo essere come lui in un momento come questo. Mi vedevo infatti adepto di qualche disciplina orientale, di qualche confraternita segreta, un ninja furtivo e scattante, qualcosa di simile mi venne in mente.

Quello che riuscì ad ottenere fu solo una piccola storta in un’asperità del terreno mentre stavo correndo che mi galvanizzò a tal punto che cominciai a correre più veloce di prima lasciando indietro la mia ragazza. Mi girai ed in lontananza vidi le imposte del bar che avevamo appena lasciato che sbattevano furiosamente al peso della marea umana che stava cercando una via d’uscita, probabilmente  il barista era stato giustiziato sul posto ed ora i vivi pasteggiavano con il suo cadavere ancora caldo.

Girai lo sguardo per scacciare l’orrore quando all’improvviso inciampai su qualcosa di morbido che aveva le fattezze di un torso umano! Caddi in avanti ingoiando terra e detriti. Il torso non era solo un torso, era dotato di gambe e braccia. Probabilmente una goccia di pioggia straordinariamente grande era piovuta dal cielo e aveva fracassato il cranio del poveretto. Ma mi accorsi che il corpo aveva il capo ancora ben saldo sulle spalle.

Il poveretto aveva ingoiato troppa pioggia durante il percorso, ingerendo una tal quantità d’acqua lo stomaco doveva essergli esploso come un gavettone senza arrecargli però alcuna ferita esterna visibile. Il corpo del malcapitato iniziò a muoversi, probabilmente un’ultimo spasmo di morte prima della decisiva dipartita. All’improvviso mentre ero ancora a terra una mano mi afferrò per i pantaloni e mi trasse a sé, vidi la testa del cadavere con le sue labbra avvizzite che si rivolgevano a me con parole gorgoglianti: «… per di là! Prendete il mio mezzo!», e stramazzò al suolo come una merda secca.

Nonostante la pelle avvizzita, il volto cadaverico, le pustole e le varie ecchimosi che gli ricoprivano il viso riconobbi in un baleno lo sguardo terrificante del Capitano Achab! Egli aveva fiutato il pericolo ed era capitato tragicamente al centro della tempesta. In un lampo mi balenò la speranza di salvezza che il Capitano ci aveva donato, la sua morte non sarebbe stata vana. Iniziai a frugare nel suo corpo mentre la mia ragazza mi raggiunse proprio in quel momento, ora la fortuna sembrava deviare bruscamente dalla nostra parte, recuperate le chiavi un nuovo orizzonte di salvezza si sarebbe aperto. Ricominciammo la folle corsa verso l’auto del buon Capitano mentre lingue di fuoco ci lambivano d’appresso.

Ritorno a casa

La dipartita del buon Capitano aveva aperto sui nostri orizzonti strade non ancora percorse caratterizzate dalla felicità di veder palesate or ora le speranze di un ritorno a casa. In poche parole avremmo usato la macchina di Achab per scappare da quel maledetto inferno di acqua e fuoco. Ma se tra dire e il fare c’è sempre di mezzo “e il”, tra la nostra salvezza e la situazione in cui versavamo momentaneamente c’era un mare di merda. Io da parte mia da buon segugio di cacca come sono ero scettico che tutto si fosse concluso in maniera così semplice e spensierata (si fà per dire).

Sentivo ancora il puzzo marcescente della sventura e della disgrazia incombente. L’olezzo della morte era ancora davanti ai nostri passi, qualcosa di molto grosso che ancora non si era palesato.Un’avvenimento imprevisto poteva cambiare in un battibaleno il corso delle nostre vite! Infatti mentre correvo a perdifiato verso il parcheggio pestai una cacca enorme. Finalmente giungemmo al parcheggio che era tutto un pantano visto i litri di pioggia copiosa che stavano cadendo dal cielo, una gran quantità di macchine parcheggiate da far paura si trovavano qui. Io non avevo mai visto l’auto del capitano quindi mi fermai un’attimo per decidersi sul da farsi. Mentre pensavo notai lo stato pietoso del parcheggio, alcune auto stavano sprofondando nella melma, alcune stavano per essere inghiottite come nelle sabbie mobili e versavano in posizione verticale come delle immani baleniere pronte all’affondamento.

In dei punti il fango formava dei terribili gorghi roteanti che risucchiavano persone e ne risputavano le spoglie membra. Una visione raccapricciante di morte e spavento quando mi venne in mente di spingere il pulsantino della chiave per rintracciare l’auto del Cap. Una lucetta arancione baluginò tra la pioggia, presi per la mano la mia ragazza dirigendoci verso quella. Con mio sommo stupore l’auto del Capitano era una lussuosa Mini con tanto di sponsor, sulla sua sommità aveva una specie di enorme lattina messa per traverso, una sorta di totem rituale appartenuto alle antiche civiltà scomparse. Le rune sul totem recitavano a chiare lettere “Red Bull”. Salimmo sullo strano veicolo quando ci accorgendo accendendo i fari che il terreno attorno all’auto era devastato dai cadaveri di quelli che avevano perso la vita nel disgraziato diluvio. Avremmo dovuto passare con l’auto sui loro corpi, ero attanagliato da questo pensiero quando un braccio ruppe il finestrino assestandomi un cazzottone sullo zigomo sinistro. Nel girarmi scorsi la sagoma con il volto tumefatto di una creatura in via di decomposizione che ci stava attaccando, la mia ragazza era già stata tirata giù dal mezzo a suon di strattoni e urlava come una vecchia comare.

D’improvviso un lampo squarciò il cielo mostrandomi il profondo orrore in cui eravamo capitati, tutto intorno a noi le creature dell’oltretomba sciamavano dalle profondità dell’Inferno verso di noi, con passo insicuro e malfermo l’orrenda guarnigione della putrefazione si apriva la strada tra la terra, tra le zolle di terriccio e tra le pietre, ed erano solo per noi, erano giunti per scannarci e fare di noi il loro pasto. Possibile che il buon Achab ci avesse condotto in questo delirio di morte e disperazione? Dannai l’anima sua pensando a come vendicarmi quando una creatura mi spinse con tutta la forza di nuovo dentro il mezzo mentre cercava di mordermi il polpaccio. Inavvertitamente spinsi con il gomito un pulsante ben in vista sul cruscotto e il suono di un subitaneo scatto giunse al mio orecchio. La mia ragazza mentre combatteva con la sua creatura mi fece cenno con il dito! Qualcosa si era staccato dal mezzo. Sferrai un calcio in testa al morto che mi stava minacciando e mi sporsi all’esterno per scrutare quello che stava accadendo.

Il grosso totem cilindrico si era staccato dal tetto del mezzo ed era franato a terra con un gran tonfo, spezzandosi in due tronconi dal suo interno era iniziato a fluire fuori un terribile liquido dolciastro dall’odore insopportabile. In pochi secondi aveva già formato una grossa pozzanghera che aveva corroso la vegetazione circostante. In un baleno alla vista del liquido le creature iniziarono straordinariamente ad indietreggiare come impaurite, uno di loro sommerso dal liquido fino alle caviglie iniziò a contorcersi in spasmi prolungati di dolore mentre il liquido gli corrodeva i piedi, un fumo pestilenziale saliva dal corpo mentre il misterioso fluido faceva il suo terribile effetto.  Il gruppo si stava ora disperdendo. Come in preda ad una orrenda follia, i sinistri emissari dell’oltremondo ci stavano abbandonando. Tutto grazie al liquido infame. A quella vista strattonai per un braccio la mia dolce metà per riportarla in auto, premetti l’acceleratore a tavoletta e scappammo su per la statale imbarcando tre o quattro bestie.

Amore animale!


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La mia cagna è di nuovo in calore, come l’anno scorso, e ricomincia il solito triangolo funesto tra lei, il cagnolino venuto da lontano e me nella parte del terribile inquisitore. Se volete leggervi la vecchia storia eccovela qui. Di diverso questa volta è la dimensione dello spasimante di turno che questa volta sfoggia perlomeno una stazza leggermente un po più virgulta dell’anno passato.

Raccogliendo informazioni come una spia per il paese sono riuscito a capire che nostro arriva dalla frazione vicina che dista circa 3/4 chilometri, una distanza ragguardevole che il canide evidentemente compie ogni giorno da tre giorni a questa parte per venire a orinare davanti a casa mia e per piazzarsi in maniera del tutto non autorizzata davanti al mio portone di ingresso. Ormai però sono scafato anche io in questioni amorose e mi guardo bene dal farla uscire nei momenti in cui lui staziona nel viottolo con fare arrapato. Per lui è diventato una sorta di lavoro o occupazione a tempo pieno, la mattina lo saluto quando esco di casa per il caffè, la sera gli do la buona notte e magari lo invito per un giro di amari.

Falla gravissima da parte sua è il fatto che non si faccia trovare ( guarda caso ) ore pasti, momento in cui prendo al volo il guinzaglio e faccio fare il giretto alla mia cagnetta in evidente deficit vescicale. Oramai però la guerra di nervi sta volgendo a mio favore, evidentemente a causa dei pasti che il nostro ha dovuto saltare nei primi giorni di assedio. Ora lo vedo può vacuo e demoralizzato. La resa dei conti è vicina …

La piccina e gli studi


E si che oggi ritorno con il pensiero alla mia piccolina e al fatto che ora poi tanto “piccolina” non è più con i suoi 5 anni! Quello che mi sconvolge di più insomma della faccenda è il fatto che già dal prossimo anno inizierà per lei la scuola. Quella “ufficiale” si intende! Si passerà quindi a quella stragrande porzione dell’esistenza sottoposta a valutazione da parte di terzi. Eh si perché poi in realtà le cose stanno proprio così. Finché sei bambino in età da asilo te la spassi di più, non ti manca nulla e non ha nessuno che ti sta con il fiato sul collo. Pensi a giocare, a saltare sulle pozzanghere di fango e a sporcare i genitori con il cioccolato, poi una volta entrati a scuola il discorso cambia e diventano tutti più minacciosi perché si aspettano qualcosa da te. Entri a fare parte inoltre di un mondo strano che non ti dice come stanno realmente le cose ma nel frattempo di costringe a portare avanti un percorso di studi che alla meglio ti porterà a diventare un “dipendente” per tutta la vita. Per me il giudizio degli altri è sempre stato qualcosa di veramente pesante da buttare giù anche perché non trovavo soddisfazione a fare le cose per come mi dicevano di farle. E avevo ragione perdiavolo! Secondo loro dovevo sacrificare la mia creatività e il mio modo di vedere per il misero motivo di fare le cose come le volevano loro! Ecco perché mi viene in mente lo studente che ero io all’epoca. E mi ricordo come uno non particolarmente dotato di ferrea disciplina. Sempre distratto da qualcos’altro, che ovviamente non era lo studio. Mia madre cercava di farmi fare i compiti a forza di minacce nel frattempo che raccoglieva per l’ennesima volta la penna che cadeva sotto il tavolo in continuazione. Spero che per mia figlia sia diverso, che non sia una continua lotta contro tutti e tutto come è stata per me.

 

Mare Magnum


Mentre ero ancora impreparato accade l’imprevisto. Di quegli imprevisti che non prevedi, altrimenti non sarebbero imprevisti. Mi ritrovai a nuotare in un mare magnum di cultura, quella con la C maiuscola, perché mi si incalzava a destra e a manca a suon di citazioni, motti melensi e estrapolazioni filosofiche. Insomma, tutta quella strombazzante paccottiglia che solo le donne sanno mettere in piedi quando poi non sanno neanche loro. Non ero preparato ma se da un lato tutto ciò mi sconvolse creandomi pure un senso di nausea, dall’altro mi lasciai rapire.

[forse continua]

Melissa ti amo!


MelissaOfficinalisHo sempre guardato con sospetto chiunque abbia avuto a che fare con le erbe mediche, radici, piante, fiori e l’erboristeria in generale. Poi il fato ha voluto che l’ultima estate io la passassi in Toscana dove ho fatto abbondanti scorpacciate di trigliceridi facendo al contempo però una scoperta davvero illuminante, quella della Melissa composta! Se fosse stata “scomposta” probabilmente non avrebbe attirato la mia attenzione ma quella compostezza di cui vanta il nome aiutò ad ingraziarmela quasi subito.

Eravamo quindi dalle parti di Bagno Vignoni con mia figlia e consorte quando improvvisamente quest’ultima avvista un’erboristeria all’orizzonte. Nonostante la più totale indifferenza, visto che ero alle prese con la macchina fotografica, lei decise di scendere nell’antro della graziosa bottega e sparire nel buio sottostante. Dopo qualche minuto la vidi uscire con un sacchettino bianco al seguito che scuoteva sotto il mio naso vantando le proprietà curative delle erbe appena acquistate.

Avevo già avuto esperienze con tisane e infusi, tipo quello che avevamo preso un giorno in un luogo dimenticato da Dio e creato dai monaci che gestivano il luogo dimenticato da Dio. A parte sta cosa dei monaci che distillano birra e creano tisane o altri alcolici pesantissimi non l’ho mai capita, comunque in quella occasione si trattava di una tisana rilassante ma che nulla aveva a che fare con la nostra nuova scoperta della Melissa.

La tisana alla Melissa aiuta a rilassare le membra ed è anche molto utile ai soggetti nervosi. Insomma nonostante la mia titubanza iniziale devo dire che nessuna erba al mondo mi ha fatto effettivamente così effetto come  questa. Una botta enorme appena bevuta che c’è il pericolo che se la bevo durante le faccende quotidiane crollo esanime. La consiglio a tutti, se siete come me contratti e nervosi o se volete semplicemente cadere a terra esanimi.

Attesa infinita


Un giorno mi chiama un mio amico delle medie. Dice che è una vita che non ci si vede e allora perché non andiamo a prenderci un caffè assieme? Io accetto e arrivo bel bello all’appuntamento puntuale come la morte. Spacco il secondo ma di lui manco l’ombra. Maledico allora me stesso per il mio viziaccio di arrivare puntuale agli appuntamenti! Nonostante un’onorata carriera da “aspettatore” ci casco sempre, e arrivo sempre dannatamente in orario.

Credo che nonostante i miei sforzi di arrivare in orario agli appuntamenti solo una o due volte l’altro si sia presentato puntuale a sua volta. Penso sia una cosa a cui non si comanda, come l’amore; anzi, deve essere come un’istinto fuori da ogni controllo. Più sono le premure verso un ritardatario nel raccomandarsi di non arrivare in ritardo, maggiori saranno le probabilità che esso possa effettivamente tardare o addirittura non presentarsi.

Una volta a un’appuntamento mi si presentò un’altra persona che non conoscevo nemmeno. Disse che era dispiaciuto ma l’individuo con cui avevo un incontro non poteva arrivare, forse era morto, probabilmente era stato risucchiato vivo da un frullatore gigante o una cosa simile. Non lo incontrai mai più.

The Frozen Horror – prima parte – Il trasloco della paura!


Prima di risiedere nel nostro ridente paesello abitavamo anche noi nella fumosa metropoli del centro italia. Poi abbiamo deciso per la svolta: percorrere 15 chilometri al giorno prima di giungere alla fumosa metropoli. La parte più spaventosa di tutto questo è stato il trasloco immane che abbiamo dovuto porre in atto. Ecco qui narrate le vicende in tutta la loro rivoltante bellezza.

Siccome noi due né il nostro più stretto parentado aveva la più pallida idea di come solo si scrivesse la parola “trasloco” abbiamo quindi fiduciosi affidato il tutto a una di quelle pseudo-agenzie per il trasloco. L’agenzia consisteva in due traslocatori professionisti e un camioncino affidatogli dal campo base. Sfortunatamente per noi le condizioni meteorologiche non erano dalla nostra. Una funesta nevicata si era abbattuta proprio sul nostro paesino di destinazione, vanificando forse tutto il trasloco. Il paese si era trasformato in una specie di brutale antro del terrore ghiacciato dove i vivi pasteggiavano con i morti e i bimbi facevano pupazzi di neve usando le frattaglie come addobbo.

Eravamo rimasti d’accordo con i due omini che nel qual caso il tempo si fosse sistemato ci avrebbero avvisato preventivamente lasciandoci un margine per organizzare la spedizione con le catene da neve. Un giorno improvvisamente ci svegliano alle sette del mattino annunciando che loro erano già partiti con il camion, con le catene montate e che anche noi dovevamo partire subito. Presi dallo sconforto ci ritrovammo subito nel panico più nero. Dovevamo ancora montare le catene della vettura e la mia ragazza doveva ancora avvisare il comune per chiedere se il camion con la roba sarebbe riuscito a passare sotto la porta storica del borgo o se si fosse frantumato contro le ultime vestigia medievali causando morte e distruzione …

fine prima parte

Aggiornamenti – Lato B


Qui dal paradiso neonatale della casa dell’Exogino sembra procedere tutto per il meglio. L’andatura è scandita dai bisogni della piccola venuta e noi non possiamo far altro che soddifarli.

Si procede per notti più o meno insonni che poi alla fine ci si fa’ pure l’abitudine, nonostante tutto. Comunque crescere un figlio, sembra stupido dirlo, ma è come fare un investimento sul futuro. E’ come dire: «Io mi metto io gioco, poi vediamo quello che viene fuori!», si spera insomma che qualcosa di buono venga fuori, prima o poi.

A tal fine sto già pianificando il futuro professionale della piccina, lo scopo è quello di riuscire a carpire, tra una poppata e quella successiva, le attitudini o quelle che potrebbero essere le doti nascoste dell’infante così da poterle sublimare e alimentare nel corso del tempo. Se tutto procede nel migliore dei modi in un futuro non ben precisato noi due genitori potremo vivere alle spelle della piccina affidandoci alle sue facoltà spiccate in un qualsiasi campo dello scibile umano. La vedo già lanciata sul parter dei grandi nomi: manager stile Roberto Carlino, oppure spigliata donna di stile come Marta Marzotto, oppure giornalista scrittrice spregiudicata alla Erica Jong!

Noi invece condurremo la vita dei ricchi ereditieri ricevendo ospiti e telegrammi di congratulazioni, tutti i potenti ricevono telegrammi di congratulazioni. Nel frattempo noi si continua a fargli ingollare la sua dose di latte. Chissà, si fa’ così per sognare … magari un giorno!