Arte povera #1


Giovanni Anselmo – Scultura che mangia – 1967

Le prime manifestazioni di Arte Povera, già battezzate dal critico genovese Germano Celant con questo nome, appartengono al 1967-68 e implicano una gestazione di almeno un paio d’anni, che antedatano al 1965-66 le prime operazioni artistiche in tal senso. Esse furono condotte principalmente da un manipolo di artisti torinesi o residenti a Torino (Anselmo, Boetti, Penone, Merz, Zorio, Paolini) e da altri a loro vicini ideologicamente, come Fabro, Calzolari, Kounellis, residenti in altre città. Allora era ancora vivo Pascali, che fu invitato alle prime manifestazioni del gruppo, come lo scultore Icaro che più tardi se ne distaccherà. Se certe idee cricolanti tra questi artisti permettevano tra loro un’intesa, non esisteva un programma esplicito: il critico Celant sintetizzò per loro, nei suoi scritti, una serie di atteggiamenti comuni, precedenti o assolutamente contemporanei a manifestazioni analoghe che avrebbero avuto luogo in altri paesi europei o negli Stati Uniti.

Il termine “Arte Povera” nasce, in linea di massima, dall’uso dei materiali poveri (raw materials verranno chiamati nei paesi anglosassoni) che potevano essere di qualsiasi tipo: vegetale, organico, minerale, fino a una specie di tecnologia minima (neon, nastri registrati, fotografie, videotapes ecc.), usata non come affermazioni dei valori della nostra civiltà, ma come strumento banale, quotidiano (si vedano le lampadine di Pistoletto, i neon di Merz). Più polemicamente, in seguito, al termine “Arte Povera” verrà data una sfumatura supplementare di opposizione all’ ‘”arte ricca” rappresentata allora dal successo (anche commerciale) di certe “etichette”: la Pop Art o la Op Art, il Minimalismo, la Funk Art e anche gran parte dell’Astrazione Geometrica.

Come si è già accennato, questo atteggiamento sarebbe mutato in pochi anni; ma derivava, in quel momento, dal bisogno di affermare una corrente vitale e vitalistica, nomade, senza orizzonti di ricerca troppo definiti: una rivendicazione di libertà totale, un’ansia di novità le cui parole d’ordine erano nei testi di Celant, ancora desunte in gran parte dagli scritti teorici del Futurismo. La vera novità della gran parte di queste operazioni artistiche, era il fatto che le opere non erano “oggetti” nel vero senso del termine, ma piuttosto “processi”, che avevano un loro significato proprio per il fatto che “avvenivano” in un tempo definito o che dovevano essere in qualche modo “innescati” per rendere funzionante l’opera.

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