Blog che seguo


Ho stilato una piccola lista di bloggers con cui interagisco ultimamente alla seguente pagina (in realtà sono solo 4 ma potrebbero aumentare). Se siete nella lista gioite e leggete. Se non siete nella lista il consiglio è di desiderarlo ardentemente … Potete trovare la pagina anche nel menù principale. Se nel menù principale voi non ci andate mai perché leggete dal Reader peggio per voi!

A presto

Blog?


Mi fanno sorridere i siti di quelle aziende che implementano la funzionalità Blog per poi trattare le relative sezioni alla stregua di normali pagine web. Il Blog nasce come apertura agli utenti esterni per permettere a questi di commentare e interagire con gli articoli del blog stesso. Se viene a mancare la funzione “commenti” tanto varrebbe aggiungere una normalissima pagina con le informazioni da veicolare punto e basta. Questo mi fa pure riflettere sul consueto atteggiamento tanto utilizzato nella nostra epoca che snatura ogni cosa e la trasforma in specchietto per le allodole. In questo panorama ecco quindi apparire blog che non sono blog ma con l’ambizione di essere tali. A essere sospettosi poi si potrebbe pensare che un’azienda non accetta commenti o che non abbia il personale utile a gestirli. Allora carissimi evitate di voler fare i fashion a ogni costo e fate i passi secondo la vostra gambetta lasciando stare velleità blogghistiche presunte perché io i vostri blog me li vado a spulciare, uno a uno. E se mi avete tirato un pacco c’è modo pure che ve lo scrivo!

Celebrazioni


followers

Non so in questo periodo sto andando in fissa con tutto ciò che è “servitore” di una causa, quindi anche fedele aiutante o assistente o meglio “scagnozzo” di qualche personaggio di livello più alto. Mi rifaccio quindi non di meno alla figura dei minions che ho pure installato sulla barra destra del mio blog! Il perché di questo non lo so ma devo correggermi assolutamente in merito alla mia dichiarazione di qualche post addietro dove ammetto di non avere minions al mio servizio, dichiarazione ora fuori luogo visto che al mio servizio ora ho ben 50 e dico CINQUANTA followers che si sorbiscono quasi giornalmente i miei deliri! Che poi alla fine non credo che questo bacino di followers siano lettori effettivi, come pure io non riesco a leggere tutti quanti i post che vengono scritti giornalmente ma faccio del mio meglio con il tempo a mia disposizione!

Quando si cambia?


Sembra che in Italia cambiare è impossibile. Va sempre male tutto, basta parlare con le persone comuni, quelle prese dalla strada. A descrivere la situazione politica e sociale del nostro paese sembra osservare una balena arenata di lato sulla spiaggia pronta a emettere gli ultimi spasmi di agonia. Il lavoro è in condizioni estreme e anche chi il lavoro ce l’ha è in condizioni estreme lo stesso percependo salari molto bassi, al limite dell’indigenza. Tutti invocano un cambiamento, un vento nuovo, orizzonti cristallini e pieni di glitter!

La domanda però che ora sorge spontanea è: se l’Italia è formata dagli italiani allora essi, chiamati in causa individualmente, hanno voglia di un cambiamento, sono cioè proattivi nei confronti del miglioramento? Si perché Cambiamento in questo caso significa anche avere anche delle prospettive migliorative all’orizzonte in modo da spendersi nell’immediato per raggiungere obiettivi finora non perseguiti. I comuni cittadini hanno codeste prospettive, obiettivi chiari e definiti riguardanti un prossimo futuro che non siano necessariamente avere più soldi in tasca?

Il problema io credo è un problema individuale, cioè queste domande andrebbero girate al singolo perché dal singolo occorre ricavare la propulsione energetica necessaria utile al cambiamento. Finora ho solo incontrato persone che si lamentano, che elencano egregiamente tutti i problemi, ma che con una sorta di rassegnazione di fondo ammettono che non c’è nulla da fare, che le cose andranno sempre così, perché il potere, i soldi, la corruzione e via dicendo su questo tenore.

Nessuno infatti che abbia deciso di spendere la medesima energia adoperata per informarsi sulle miserie del paese invece per alzare il culo e per lo meno immaginare qualcosa di diverso. Si vabbè lo Stato è ladro, ma noi cosa facciamo nel frattempo? Votiamo sempre gli stessi nella speranza che si prendano cura di noi, che prendano loro le decisioni in merito la nostra vita, che ci facciano da balia , che promulghino leggi in materia di economia, di educazione, di salute e tanti altri aspetti che ci sono sfuggiti di mano e che non sappiamo più gestire di persona.

Nella vita del singolo però come nella vita di un paese arrivati ad un certo punto il cambiamento diventa inevitabile, o cambi o schiatti. Il cambiamento può avvenire per vari motivi: in primis per Volontà. Sento cioè la necessità di una evoluzione in qualche direzione e con la forte Volontà la attuo grazie all’intento e alla capacità di fare. E questo non mi pare sia il caso del nostro paese dove al contrario rilevo passività assoluta.

Altra occasione di cambiamento può essere il raggiungimento del fondo del baratro oltre il quale non si può proseguire. Posizione in cui si rimane fisiologicamente costretti a risalire dopo essere necessariamente sopravvissuti alla spirale discendente,. Situazione non auspicabile ma sicuramente altamente formativa per chi la subisce. Il nostro paese a mio avviso si sta muovendo in questa direzione se nulla cambierà sotto il sole.

Terza occasione di cambiamento può essere quella di voler uscire da una situazione di apparente sicurezza che con l’andar del tempo diviene però restrittiva e non proficua. Secondo me i cittadini italiani ad oggi si trovano in questa situazione. Sentono cioè che c’è qualcosa che nel profondo li opprime però al cambiamento preferiscono la zona neutra fatta di lavoro svaghi, amici, cioè di abitudini quotidiane. Non si spendono quindi attivamente per qualcosa di nuovo. Bordeggiano tranquillamente tra le maglie della quotidianità senza farsi troppe domande finché le circostanze lo permettono, poi nel cambiamento ci sarà chi sceglierà anche per loro e si rimetteranno in riga con le nuove circostanze cercando di non fare troppo attrito.

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Cosa significa crescere oggi? O meglio, cosa significa essere maturo oggi? Detto in soldoni oggi l’accezione di “maturo” o “persona adulta” si applica all’individuo che ha la capacità di sapersi destreggiare nel migliore dei modi nel mondo e nelle sue attività annesse e connesse al fine di garantire la propria sopravvivenza e quella dei propri cari. Il ché detto per inciso è una prospettiva assolutamente legittima e auspicabile nonché augurabile a chiunque.

E’ opinione comune considerare “adulto” un individuo che abbia raggiunto una sufficiente sicurezza emozionale che economica sia in materia di rapporti umani nei termini definiti dalle correnti consuetudini sociali, consuetudini che poi possono costituire carattere variabile a seconda delle situazioni. Quindi taluna persona abbia raggiunto un certo grado di sicurezza nei succitati aspetti esistenziali potrà fregiarsi dello status di persona adulta e aggirarsi per il pianeta considerando ancora “non maturi”  o maturandi chiunque non abbia raggiunto il suo livello di padronanza. E fino a questo punto più o meno possiamo essere tutti d’accordo.

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Ciò che invece venga considerata maturità all’interno del ristretto nucleo familiare al momento al momento non ci interessa in quanto in quel caso intervengono ulteriori dinamiche relazionali ed emotive che in parte non appartengono alla collettività e al suo operare. Posto che io non abbia nulla in contrario con una visione del tipo di quella sopra esposta occorre però operare dei distinguo nel tentativo di:

 

1: Non cadere in facili semplificazioni tanto care all’attuale civiltà che ci ha partorito sempre prodiga nel cercare una ricorrente omologazione massificata operata anche a spese del singolo individuo e delle sue legittime istanze.

2: Rivalutare la posizione esclusiva dell’individuo nella sua totalità a prescindere dalle consuetudini consolidate.

Detto questo però non posso ora non osservare il fatto (secondo quanto detto sopra in merito all’esigenza di crescere) di possedere le stesse aspettative esistenziali nonché ambizioni primarie del mio cane, di un gatto o di una falena. Visto che anch’essi seguendo il naturale istinto di sopravvivenza si prodigano giornalmente per taluni obbiettivi. Il ché mi porta quindi giocoforza a riflettere su quella che in realtà può essere considerata la reale e più plausibile “maturità” quella che viene riferita all’essere umano.

perils-of-plastic-ring-a-ding-ding-wea-2E’ possibile cioè che siamo nati solo per sgomitare, riprodurci, sistemare alla bene e meglio il nostro universo relazionale e andare a mangiare al Mac Donald? Il punto più alto della parabola è quindi questo?

Siccome sono pigro e ho fame risponderei di si, ma ho ancora un po di tempo a disposizione e mi permetto di affermare che l’uomo è nato per andare oltre a tutto questo. E’ suo diritto ad un certo punto elevarsi oltre le necessità relative alla sopravvivenza per ambire a qualcosa di più alto e gratificante. Questo si può fare solo sviluppando i propri talenti non mortificandoli come oggi si tende a fare.

Occorre ribaltare il mondo per riprodurlo a propria immagine, creando quindi il mondo ideale in terra. Siamo qui per incarnare il nostro ideale, il principio primo per il quale siamo nati anche a costo di porre in secondo piano la nostra stessa sopravvivenza. Chiunque abbia fatto questo secondo me può fregiarsi del titolo di uomo maturo.

A mio avviso  “l’uomo maturo” che ha in pugno le problematiche relative il mondo delle necessità a cui oggi si fa riferimento è una marionetta in balìa degli eventi. Uno starnuto e collassa su sé stesso, una grandinata e soccombe. Sempre che si riesca a mettere insieme un uomo del genere ci sarebbe sempre il rischio che un giorno si svegli e faccia a pezzi la famiglia con la mannaia (come tra l’altro ogni tanto accade).

[forse continua …]

Tutti contro tutti


Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi …

La mia ultima esperienza lavorativa si può definire agevolmente come il titolo di cui sopra che descrive in maniera ben definita lo stato delle cose all’interno dell’ufficio in cui sono stato costretto mio malgrado a operare. “Operare” è proprio il termine giusto adatto a descrivere la delicata situazione professionale in cui versavano, e versano tutt’oggi, i miei ex colleghi di lavoro che presumo ancora si trovino li a sputare sangue ogni benedetto giorno.

Presumibilmente quando ci si trova al lavoro è più o meno scontato che ci si trovi li per “lavorare”, ovvero per porre in essere una sequela di azioni utili al progresso produttivo dell’azienda nonché, nella migliore delle ipotesi, anche all’evoluzione professionale del singolo. Ebbene attratto da queste auspicabili premesse decisi quindi di affrontare il colloquio selettivo e di iniziare questa nuova avventura all’interno di quella che a prima vista mi parve una realtà operosa e professionalmente interessante. Niente di più sbagliato! Già dai primi giorni si definì in maniera chiara la situazione che si snocciolava in maniera impietosa sotto i miei occhi.

In pratica, il capo mastro dell’azienda, quello con cui avevo fatto il colloquio, contava meno di zero. Anzi, era deriso e mortificato dagli stessi dipendenti che sia lontano da lui che in faccia non perdevano l’occasione di redarguirlo sulla sua nullità. L’ufficio più importante dell’azienda era praticamente tenuto in scacco da una specie di dispotica arpia di ventisette anni che si permetteva di dire a tutti come fare il loro lavoro, me compreso. Venne fuori che la dispotica arpia ce l’aveva su con il tecnico dell’azienda, un figlio di puttana, e questa diatriba trascinava vorticosamente le attività dell’azienda verso la disorganizzazione cronica più totale. C’era quindi chi urlava, chi bestemmiava, chi cazzeggiava apertamente e se la spassava sopra le rovine dell’attività. Come avvolti impietosi i più forti pasteggiavano con le carcasse dei più deboli piegandoli ai loro umori neri. C’era modo che uno si svegliasse con la luna storta o con un po di forfora in più e sarebbe stato il disastro! C’era pure chi era in cura dallo psicologo, chi non dormiva la notte, chi si beveva 18 caffè al giorno pur di resistere allo stress e continuare a portare a casa lo stipendio.

Al mio collega andava anche peggio perché era a contatto diretto con la serpe che dirigeva ogni suo movimento, nonostante egli avesse una carriera decennale alle spalle in altre aziende di tutto rispetto. Se andava al cesso doveva avvertire, se batteva una virgola al pc doveva avvertire, se qualcuno lo chiamava lei intercettava la linea per rispondere al posto suo. Ogni suo movimento e iniziativa era vagliato dalla sordida mente della serpe. Un giorno mi disse che rimaneva ancora li per la mia presenza, il ché mi riempì di orgoglio. Ma non durò per molto. Pochi giorni dopo si incazzò di brutto con la serpe, poi con il capo, poi con il vice-capo e pure con l’amministrazione. Sparì dalla nostra vita in un sol colpo, peccato. D’altra parte poteva andare anche peggio. Dopo quello che subiva giornalmente pensavo che prima o poi avrebbe fatto irruzione in ufficio con un AK-47 portando con sé morte e distruzione. Invece niente.

La cosa peggiore di tutte è che ognuno era occupato nella sua personale battaglia contro qualcun’altro nel tentativo di far valere le proprie ragioni e nel frattempo impegnato a convincere me delle medesime con lusinghe e motivazioni di vario genere. Accostandosi per esempio a me parlando male di quello e di quell’altro e di cosa aveva fatto di sbagliato, a seconda delle situazioni. Quindi oltre l’attacco diretto vi era anche il tentativo di convincere le terze parti, tra l’altro dotate di parere decisionale pari a zero, della giustezza della propria posizione accampando anche motivazioni che scadevano sul personale.

In tutto questo scenario il “lavoro” vero e proprio cadeva in secondo piano occultato come era da diatribe, guerre territoriali e scorribande non autorizzate. Quello che ho visto questa volta è stato un misero e vomitevole sperpero di energie dove queste potevano essere canalizzate per affrontare in maniera più collaborativa e matura. Per fortuna nel frattempo i miei mesi all’interno di quel luogo giunsero al termine e fu con sommo piacere mandare tutti a fare in culo in un solo elegante gesto, il gesto di chi non sarebbe più tornato, il gesto di chi si scrolla un gran peso dalle spalle.

In ogni caso devo dire che l’esperienza fu formativa per me perché mi rese consapevole di quello che non vorrei mai diventare e della strada da non perseguire a costo di accettare mansioni meno remunerative. Un sorta di fulgido riferimento verso il basso a cui volgersi ogni volta in cui se ne presenterà l’occasione.

Blog – Questo sconosciuto


Spesso mi interrogo sull’utilità del Blog, non del mio ma dei blog in generale, e dello scrivere nel senso più ampio. E pure del mio rapporto con il blog, del tipo di approccio ai contenuti. Mi ripropongo spesso di scrivere anche se ovviamente non riesco. Per il momento sono arrivato a focalizzarmi su quello che il blog, secondo me, non deve essere. Il blog che vorrei è quello che ha un senso, non solo per me, ma anche per gli altri, i visitatori. Per quanto strampalate e personali possano essere le argomentazioni devono sempre ispirarsi alla vita e al suo dispiegarsi. Ho scoperto inoltre con il tempo che l’atto stesso di scrivere è di per sé chiarificatore, il compito di buttar giù parole costringe a mantenere un centro inossidabile e denso attorno a cui girare. Non occorre avere opinioni, serve essere al di sopra delle opinioni e registrare gli accadimenti che sono neutri. Non scriviamo perché abbiamo le idee chiare ma chiarifichiamo e decodifichiamo l’argomento nell’atto di scriverlo. Per questo scrivere è molto importante, serve a fare ordine. Non apprezzo quei blog pieni di anestetiche paroline da Baci Perugina, buoni propositi e glitters a tutto spiano, dove tutti si vogliono bene e si salutano tramite aforismi. Come se il comunicare con il copia/incolla sia la via più rapida e l’effetto delle parole preconfezionate sia il non plus ultra. Credo sia invece il sintomo evidente di una civiltà che predilige il preconfezionato ma “figo” al pensiero forse più strampalato ma più genuino. Oggi funziona così, no? Prendo un pezzo qui, una frase qua, qua prendo una gamba, qua una testa e abbiamo fatto l’uomo. Un enorme archivio di cose inutili, la nostra civiltà … ecco cosa vedo negli aforismi. Ma come sempre sto deviando …