20 anni oggi


L’altro giorno con i colleghi si disquisiva sul mondo dei giovani di oggi. O almeno per “giovani” noi si intendeva quelli che hanno più o meno sui 20 – 25 anni. Ovviamente vent’anni oggi al tempo del Coronavirus che di certo non deve essere un periodo facile, sia per tutti quei ragazzi che studiano, sia più in generale per quello che riguarda le attività legate allo ‘svago’ e al divertimento. Ricordo che a quell’età la cosa più emozionante era la sensazione di libertà dovuta al fatto di poter uscire a tutte le ore. Di scappare repentinamente di casa lasciando la tomba genitoriale alle spalle sapendo che più o meno si sarebbe riusciti a raccattare sempre qualche seguace per strada, sia al pomeriggio che per le uscite notturne! Che poi tanto prima o poi si sarebbe tornati a casa con la coda tra le gambe e lo spirito affranto a chieder perdono per i propri peccati.

1 metro di pioggia – La saga


Ripropongo qui di seguito nella sua interezza un mio racconto che mi accompagnò per svariati post qualche anno fa sempre sul mio blog. Leggete e godetene tutti!

Il sabato aveva tutti i presupposti per essere un sabato radioso, tranquillo, simpatico e soprattutto asciutto. Il sole illuminava i docili pendii del monte alle nostre spalle mentre si percorreva la statale a velocità sostenuta, muliebri cinguettii di pettirossi ci accompagnavano dolcemente alla nostra meta facendoci sognare di giornate assolate a rotolarci tra gli sterpi. Visioni vagamente pastorali prima di quello che si sarebbe trasformata in un’ecatombe di acqua, terra e fulmini. Sto parlando del mio sabato, passato al bancone di un bar con una birra media aspettando che spiovesse.

Ci stavamo godendo appieno la giornata che si prospettava come splendida. C’era in ballo questo appuntamento a una certa ora al parco sotto un certo gazebo del bar per aperitivo. Arrivati sul posto ci accorgemmo immediatamente che  il baccanale era in pieno svolgimento, la birra scorreva a fiumi il tizio del catering distribuiva pizzette ai presenti come fossero frisbee. Sotto la tettoia del bar era un gran fracasso musicale perché in quel momento avevano incominciato i suonatori, un complesso di guitti con pantaloni corti occhiali da sole e scarpe eleganti da passeggio. Con un’ora e un quarto di ritardo arriva l’amica della mia ragazza con il suo cavaliere visibilmente scosso, pensavo fosse solo un po di stordimento alla vista della mia barba allo stato brado. Invece forse presagiva la situazione che ci si sarebbe profilata di li a poco.

Notavo infatti che con fare furtivo continuava, come un comandante a bordo di una corvetta militare, a scrutare l’orizzonte, a saggiare la densità dell’aria, la direzione del vento. Stavo per chiedergli secondo lui in che direzione era il nord quando incontrai un mio conoscente che quella sera suonava proprio li sotto la tettoia, al ché capii che saremmo rimasti bloccati all’interno della festa finché loro non si fossero esibiti. Ma il buon Dio provvedette in altra maniera. Verso le 20.55 un forte vento iniziò a spirare da nord-est, il comandante di corvetta si era trasformato ora in un moderno Achab, vedeva il male dappertutto, incominciò ad avvisarci con velati messaggi di sventura riguardanti le condizioni atmosferiche. Disse che se le cose non miglioravano di li a cinque minuti se ne sarebbe andato. Disse che a costo di lasciare sola la dolce consorte lui avrebbe levato le tende perché le cose sarebbero volte certamente al peggio. Cercai di sdrammatizzare con una frase tipo Baci Perugina sulle mezze stagioni. Di li a poco scomparve e nessuno più lo vide.

Chiesi a quel punto alla mia lei di allontanarci un secondino dal fracasso della festa per renderci conto meglio delle reali condizioni del cielo che ad una rapida analisi si rivelò plumbeo come la morte e carico di fulmini e saette. Nel mio sfacciato ottimismo dichiarai che non c’era nulla da temere, si sarebbe trattato di un fottuto acquazzone pre-estivo e nulla più, risoltosi in una quindicina di minuti. Nulla di preoccupante quindi. Come in risposta alle mie parole le nuvole al di sopra le nostre teste iniziarono a riversare sulla tettoia litrate di acqua al secondo, le cateratte dei cieli si aprirono con gran fragore sul gazebo. A quel punto ognuno dei presenti iniziò a cogitare una scusa per potersene andare, chi andava a cenare la seconda volta, chi aveva la mamma ammalata scappava in gran fretta, chi aveva il turno serale e quindi proprio doveva lasciarci, la nostra amica decise che sarebbe andata in pizzeria a spararsi una quattro stagioni con picchio pacchio.

Io ero invece dannatamente bloccato dalla promessa fatta al mio conoscente di rimanere, qualsiasi cosa fosse successa! Volevo essere come Acquaman, trasformarmi in una nuvoletta di vapore acqueo e scappare non visto da quella situazione incresciosa. La situazione infatti faceva acqua da tutte le parti, come la tettoia sopra di noi. Iniziò infatti a piovere da ogni lato, dai fianchi e da sopra grazie a delle intercapedini che lasciavano filtrare l’acqua, ci accalcammo tutti come sardine verso il centro del gazebo mentre fuochi e fulmini ci saettavano attorno. Guardai la mia ragazza negli occhi e vidi una patina di disperazione sul suo volto! Decisi quindi per una birra media a testa con patatine.

Mentre mi ingollavo la mia razione di patate pensavo al fatto che ci stavamo perdendo nel flusso cosmico degli eventi, non avevamo a quel punto più presa su accadimento alcuno, sballottati, triturati, avviliti, come eravamo in quel momento. Eravamo alla mercè degli elementi primordiali senza possibilità di ritorno, probabilmente avrebbero trovato le nostre carcasse sotto 12 metri di terra tra un migliaio di anni, antiche e gloriose vestigia di un tempo che fu. Il solo pensiero di uscire all’aria aperta metteva alla mia lei una paura da cacarsi sotto. Ma dopo un’oretta di banco bar decidemmo di uscire ad ogni costo.

Verso la Libertà

Finita la scorta di patatine decidemmo di levare le tende ad ogni costo. Il barista aveva però chiuso accuratamente la porta, ma noi decidemmo pure di forzare il blocco. Il figuro si era dato da fare per barricare ben benino l’uscita e a questo scopo si era impegnato a sbarrare la strada con ogni sorta di materiale che il vento impetuoso gli aveva portato vicino, fusti di birra vuoti, tronchi d’albero, balle di fieno e quant’altro potesse evitare una fuga repentina.

Preso dallo sconforto a quella vista mi venne l’idea di prendere un bambino con il gelato in mano che stava passando accanto al banco in quel momento e usarlo a mò di ariete, non ci avrebbero presi tanto facilmente quindi ma ci avrebbero accusato comunque per maltrattamento di minore. Dopo essermi assicurato della presenza della mia ragazza, decisi per l’azione e allungando la mano al di là del bancone presi un caschetto da ciclista che stava accanto ai bicchieri. Lo calzai ben benino in testa. Il seguito degli eventi si susseguì in maniera forsennata, vuoi per la craniata che detti contro la porta di ingresso vuoi per la birra doppio malto che stava facendo effetto.

Comunque forzare il blocco non fu difficile, iniziai a caricare di gran velocità, riuscii con un balzo a passare i detriti depositati prima dell’ingresso e andai a cozzare in pieno contro la vetrata della porta che si aprì scardinando il lucchetto. Una volta accortasi della presenza di un varco la marea umana del bar iniziò a scalmanarsi d’un tratto. Anche chi mangiava ai tavoli si alzò in tutta fretta per poter uscire, io mi ero già guadagnato il primo posto del varco. Ero in pole e niente mi avrebbe portato indietro.

Allungai un braccio verso la mia lei ma la vidi che si stava liberando dalla presa del barista infoiato, dal passaggio filtrava una corrente maledettamente forte. Con uno strattone liberai la ragazza dalle grinfie del bruto assalitore che come un ragno morto stramazzò a terra con il vassoio a fianco. Feci appena in tempo a gridargli … “DI QUAAAA!” che fummo subito fuori, catapultati verso l’esterno come il risucchio di un immane imbuto.

La Grande fuga

Ci trovammo quindi subito fuori a correr all’impazzata tra la pioggia, cadevano gocce grosse quanto un Chiwawa. Mi vennero allora alla mente due cose: la scena iniziale di “Salvate il soldato Ryan” durante le prime fasi dello sbarco e la storia del tizio che riusciva a schivare le gocce di pioggia, anche io volevo essere come lui in un momento come questo. Mi vedevo infatti adepto di qualche disciplina orientale, di qualche confraternita segreta, un ninja furtivo e scattante, qualcosa di simile mi venne in mente.

Quello che riuscì ad ottenere fu solo una piccola storta in un’asperità del terreno mentre stavo correndo che mi galvanizzò a tal punto che cominciai a correre più veloce di prima lasciando indietro la mia ragazza. Mi girai ed in lontananza vidi le imposte del bar che avevamo appena lasciato che sbattevano furiosamente al peso della marea umana che stava cercando una via d’uscita, probabilmente  il barista era stato giustiziato sul posto ed ora i vivi pasteggiavano con il suo cadavere ancora caldo.

Girai lo sguardo per scacciare l’orrore quando all’improvviso inciampai su qualcosa di morbido che aveva le fattezze di un torso umano! Caddi in avanti ingoiando terra e detriti. Il torso non era solo un torso, era dotato di gambe e braccia. Probabilmente una goccia di pioggia straordinariamente grande era piovuta dal cielo e aveva fracassato il cranio del poveretto. Ma mi accorsi che il corpo aveva il capo ancora ben saldo sulle spalle.

Il poveretto aveva ingoiato troppa pioggia durante il percorso, ingerendo una tal quantità d’acqua lo stomaco doveva essergli esploso come un gavettone senza arrecargli però alcuna ferita esterna visibile. Il corpo del malcapitato iniziò a muoversi, probabilmente un’ultimo spasmo di morte prima della decisiva dipartita. All’improvviso mentre ero ancora a terra una mano mi afferrò per i pantaloni e mi trasse a sé, vidi la testa del cadavere con le sue labbra avvizzite che si rivolgevano a me con parole gorgoglianti: «… per di là! Prendete il mio mezzo!», e stramazzò al suolo come una merda secca.

Nonostante la pelle avvizzita, il volto cadaverico, le pustole e le varie ecchimosi che gli ricoprivano il viso riconobbi in un baleno lo sguardo terrificante del Capitano Achab! Egli aveva fiutato il pericolo ed era capitato tragicamente al centro della tempesta. In un lampo mi balenò la speranza di salvezza che il Capitano ci aveva donato, la sua morte non sarebbe stata vana. Iniziai a frugare nel suo corpo mentre la mia ragazza mi raggiunse proprio in quel momento, ora la fortuna sembrava deviare bruscamente dalla nostra parte, recuperate le chiavi un nuovo orizzonte di salvezza si sarebbe aperto. Ricominciammo la folle corsa verso l’auto del buon Capitano mentre lingue di fuoco ci lambivano d’appresso.

Ritorno a casa

La dipartita del buon Capitano aveva aperto sui nostri orizzonti strade non ancora percorse caratterizzate dalla felicità di veder palesate or ora le speranze di un ritorno a casa. In poche parole avremmo usato la macchina di Achab per scappare da quel maledetto inferno di acqua e fuoco. Ma se tra dire e il fare c’è sempre di mezzo “e il”, tra la nostra salvezza e la situazione in cui versavamo momentaneamente c’era un mare di merda. Io da parte mia da buon segugio di cacca come sono ero scettico che tutto si fosse concluso in maniera così semplice e spensierata (si fà per dire).

Sentivo ancora il puzzo marcescente della sventura e della disgrazia incombente. L’olezzo della morte era ancora davanti ai nostri passi, qualcosa di molto grosso che ancora non si era palesato.Un’avvenimento imprevisto poteva cambiare in un battibaleno il corso delle nostre vite! Infatti mentre correvo a perdifiato verso il parcheggio pestai una cacca enorme. Finalmente giungemmo al parcheggio che era tutto un pantano visto i litri di pioggia copiosa che stavano cadendo dal cielo, una gran quantità di macchine parcheggiate da far paura si trovavano qui. Io non avevo mai visto l’auto del capitano quindi mi fermai un’attimo per decidersi sul da farsi. Mentre pensavo notai lo stato pietoso del parcheggio, alcune auto stavano sprofondando nella melma, alcune stavano per essere inghiottite come nelle sabbie mobili e versavano in posizione verticale come delle immani baleniere pronte all’affondamento.

In dei punti il fango formava dei terribili gorghi roteanti che risucchiavano persone e ne risputavano le spoglie membra. Una visione raccapricciante di morte e spavento quando mi venne in mente di spingere il pulsantino della chiave per rintracciare l’auto del Cap. Una lucetta arancione baluginò tra la pioggia, presi per la mano la mia ragazza dirigendoci verso quella. Con mio sommo stupore l’auto del Capitano era una lussuosa Mini con tanto di sponsor, sulla sua sommità aveva una specie di enorme lattina messa per traverso, una sorta di totem rituale appartenuto alle antiche civiltà scomparse. Le rune sul totem recitavano a chiare lettere “Red Bull”. Salimmo sullo strano veicolo quando ci accorgendo accendendo i fari che il terreno attorno all’auto era devastato dai cadaveri di quelli che avevano perso la vita nel disgraziato diluvio. Avremmo dovuto passare con l’auto sui loro corpi, ero attanagliato da questo pensiero quando un braccio ruppe il finestrino assestandomi un cazzottone sullo zigomo sinistro. Nel girarmi scorsi la sagoma con il volto tumefatto di una creatura in via di decomposizione che ci stava attaccando, la mia ragazza era già stata tirata giù dal mezzo a suon di strattoni e urlava come una vecchia comare.

D’improvviso un lampo squarciò il cielo mostrandomi il profondo orrore in cui eravamo capitati, tutto intorno a noi le creature dell’oltretomba sciamavano dalle profondità dell’Inferno verso di noi, con passo insicuro e malfermo l’orrenda guarnigione della putrefazione si apriva la strada tra la terra, tra le zolle di terriccio e tra le pietre, ed erano solo per noi, erano giunti per scannarci e fare di noi il loro pasto. Possibile che il buon Achab ci avesse condotto in questo delirio di morte e disperazione? Dannai l’anima sua pensando a come vendicarmi quando una creatura mi spinse con tutta la forza di nuovo dentro il mezzo mentre cercava di mordermi il polpaccio. Inavvertitamente spinsi con il gomito un pulsante ben in vista sul cruscotto e il suono di un subitaneo scatto giunse al mio orecchio. La mia ragazza mentre combatteva con la sua creatura mi fece cenno con il dito! Qualcosa si era staccato dal mezzo. Sferrai un calcio in testa al morto che mi stava minacciando e mi sporsi all’esterno per scrutare quello che stava accadendo.

Il grosso totem cilindrico si era staccato dal tetto del mezzo ed era franato a terra con un gran tonfo, spezzandosi in due tronconi dal suo interno era iniziato a fluire fuori un terribile liquido dolciastro dall’odore insopportabile. In pochi secondi aveva già formato una grossa pozzanghera che aveva corroso la vegetazione circostante. In un baleno alla vista del liquido le creature iniziarono straordinariamente ad indietreggiare come impaurite, uno di loro sommerso dal liquido fino alle caviglie iniziò a contorcersi in spasmi prolungati di dolore mentre il liquido gli corrodeva i piedi, un fumo pestilenziale saliva dal corpo mentre il misterioso fluido faceva il suo terribile effetto.  Il gruppo si stava ora disperdendo. Come in preda ad una orrenda follia, i sinistri emissari dell’oltremondo ci stavano abbandonando. Tutto grazie al liquido infame. A quella vista strattonai per un braccio la mia dolce metà per riportarla in auto, premetti l’acceleratore a tavoletta e scappammo su per la statale imbarcando tre o quattro bestie.

Palloni!


Ci sono quelli che non riescono a ragionare in astratto, cioè inteso come la capacità di riflettere su qualcosa in maniera impersonale e generica senza far riferimento diretto alla propria esperienza quotidiana. Ciò per coloro implica il fatto di non potersi fare un’idea di nulla al di fuori delle proprie abituali convenzioni. E’ logico e legittimo rapportarsi con quello di cui si è già fatta esperienza, ma non è legittimo invece erigerlo a metro di misura per interagire con il prossimo.

Mi riferisco a quelli che sono soliti valutare un tuo ragionamento in base a quello che di te conoscono. Alle cose che sanno di te o che pensano di sapere. Per esempio parlando genericamente di un pallone essi passeranno mentalmente in rassegna a cosa serve a te un pallone, cosa farai con un pallone, quanto pagherai il pallone e con chi giocherai al pallone. Passando in rassegna questi aspetti secondari restituiranno considerazioni in base a questi aspetti ma tralasciando il discorso del pallone in sé che potrebbe essere sviluppato in varie interessamenti ramificazioni non necessariamente riguardanti me personalmente.

Blog che seguo


Ho stilato una piccola lista di bloggers con cui interagisco ultimamente alla seguente pagina (in realtà sono solo 4 ma potrebbero aumentare). Se siete nella lista gioite e leggete. Se non siete nella lista il consiglio è di desiderarlo ardentemente … Potete trovare la pagina anche nel menù principale. Se nel menù principale voi non ci andate mai perché leggete dal Reader peggio per voi!

A presto

Blog?


Mi fanno sorridere i siti di quelle aziende che implementano la funzionalità Blog per poi trattare le relative sezioni alla stregua di normali pagine web. Il Blog nasce come apertura agli utenti esterni per permettere a questi di commentare e interagire con gli articoli del blog stesso. Se viene a mancare la funzione “commenti” tanto varrebbe aggiungere una normalissima pagina con le informazioni da veicolare punto e basta.

Questo mi fa pure riflettere sul consueto atteggiamento tanto utilizzato nella nostra epoca che snatura ogni cosa e la trasforma in specchietto per le allodole. In questo panorama ecco quindi apparire blog che non sono blog ma con l’ambizione di essere tali. A essere sospettosi poi si potrebbe pensare che un’azienda non accetta commenti o che non abbia il personale utile a gestirli. Allora carissimi evitate di voler fare i fashion a ogni costo e fate i passi secondo la vostra gambetta lasciando stare velleità blogghistiche presunte perché io i vostri blog me li vado a spulciare, uno a uno. E se mi avete tirato un pacco c’è modo pure che ve lo scrivo!

Celebrazioni


followers

Non so in questo periodo sto andando in fissa con tutto ciò che è “servitore” di una causa, quindi anche fedele aiutante o assistente o meglio “scagnozzo” di qualche personaggio di livello più alto. Mi rifaccio quindi non di meno alla figura dei minions che ho pure installato sulla barra destra del mio blog! Il perché di questo non lo so ma devo correggermi assolutamente in merito alla mia dichiarazione di qualche post addietro dove ammetto di non avere minions al mio servizio, dichiarazione ora fuori luogo visto che al mio servizio ora ho ben 50 e dico CINQUANTA followers che si sorbiscono quasi giornalmente i miei deliri! Che poi alla fine non credo che questo bacino di followers siano lettori effettivi, come pure io non riesco a leggere tutti quanti i post che vengono scritti giornalmente ma faccio del mio meglio con il tempo a mia disposizione!

Quando si cambia?


Sembra che in Italia cambiare è impossibile. Va sempre male tutto, basta parlare con le persone comuni, quelle prese dalla strada. A descrivere la situazione politica e sociale del nostro paese sembra osservare una balena arenata di lato sulla spiaggia pronta a emettere gli ultimi spasmi di agonia. Il lavoro è in condizioni estreme e anche chi il lavoro ce l’ha è in condizioni estreme lo stesso percependo salari molto bassi, al limite dell’indigenza. Tutti invocano un cambiamento, un vento nuovo, orizzonti cristallini e pieni di glitter!

La domanda però che ora sorge spontanea è: se l’Italia è formata dagli italiani allora essi, chiamati in causa individualmente, hanno voglia di un cambiamento, sono cioè proattivi nei confronti del miglioramento? Si perché Cambiamento in questo caso significa anche avere anche delle prospettive migliorative all’orizzonte in modo da spendersi nell’immediato per raggiungere obiettivi finora non perseguiti. I comuni cittadini hanno codeste prospettive, obiettivi chiari e definiti riguardanti un prossimo futuro che non siano necessariamente avere più soldi in tasca?

Il problema io credo è un problema individuale, cioè queste domande andrebbero girate al singolo perché dal singolo occorre ricavare la propulsione energetica necessaria utile al cambiamento. Finora ho solo incontrato persone che si lamentano, che elencano egregiamente tutti i problemi, ma che con una sorta di rassegnazione di fondo ammettono che non c’è nulla da fare, che le cose andranno sempre così, perché il potere, i soldi, la corruzione e via dicendo su questo tenore.

Nessuno infatti che abbia deciso di spendere la medesima energia adoperata per informarsi sulle miserie del paese invece per alzare il culo e per lo meno immaginare qualcosa di diverso. Si vabbè lo Stato è ladro, ma noi cosa facciamo nel frattempo? Votiamo sempre gli stessi nella speranza che si prendano cura di noi, che prendano loro le decisioni in merito la nostra vita, che ci facciano da balia , che promulghino leggi in materia di economia, di educazione, di salute e tanti altri aspetti che ci sono sfuggiti di mano e che non sappiamo più gestire di persona.

Nella vita del singolo però come nella vita di un paese arrivati ad un certo punto il cambiamento diventa inevitabile, o cambi o schiatti. Il cambiamento può avvenire per vari motivi: in primis per Volontà. Sento cioè la necessità di una evoluzione in qualche direzione e con la forte Volontà la attuo grazie all’intento e alla capacità di fare. E questo non mi pare sia il caso del nostro paese dove al contrario rilevo passività assoluta.

Altra occasione di cambiamento può essere il raggiungimento del fondo del baratro oltre il quale non si può proseguire. Posizione in cui si rimane fisiologicamente costretti a risalire dopo essere necessariamente sopravvissuti alla spirale discendente,. Situazione non auspicabile ma sicuramente altamente formativa per chi la subisce. Il nostro paese a mio avviso si sta muovendo in questa direzione se nulla cambierà sotto il sole.

Terza occasione di cambiamento può essere quella di voler uscire da una situazione di apparente sicurezza che con l’andar del tempo diviene però restrittiva e non proficua. Secondo me i cittadini italiani ad oggi si trovano in questa situazione. Sentono cioè che c’è qualcosa che nel profondo li opprime però al cambiamento preferiscono la zona neutra fatta di lavoro svaghi, amici, cioè di abitudini quotidiane. Non si spendono quindi attivamente per qualcosa di nuovo. Bordeggiano tranquillamente tra le maglie della quotidianità senza farsi troppe domande finché le circostanze lo permettono, poi nel cambiamento ci sarà chi sceglierà anche per loro e si rimetteranno in riga con le nuove circostanze cercando di non fare troppo attrito.

Maturandi_1


lichtenstein

Cosa significa crescere oggi? O meglio, cosa significa essere maturo oggi? Detto in soldoni oggi l’accezione di “maturo” o “persona adulta” si applica all’individuo che ha la capacità di sapersi destreggiare nel migliore dei modi nel mondo e nelle sue attività annesse e connesse al fine di garantire la propria sopravvivenza e quella dei propri cari. Il ché detto per inciso è una prospettiva assolutamente legittima e auspicabile nonché augurabile a chiunque.

E’ opinione comune considerare “adulto” un individuo che abbia raggiunto una sufficiente sicurezza emozionale che economica sia in materia di rapporti umani nei termini definiti dalle correnti consuetudini sociali, consuetudini che poi possono costituire carattere variabile a seconda delle situazioni. Quindi taluna persona abbia raggiunto un certo grado di sicurezza nei succitati aspetti esistenziali potrà fregiarsi dello status di persona adulta e aggirarsi per il pianeta considerando ancora “non maturi”  o maturandi chiunque non abbia raggiunto il suo livello di padronanza. E fino a questo punto più o meno possiamo essere tutti d’accordo.

cb80f094db6e7cbe9be115a9f9eac810--comic-book-superheroes-comic-books

Ciò che invece venga considerata maturità all’interno del ristretto nucleo familiare al momento al momento non ci interessa in quanto in quel caso intervengono ulteriori dinamiche relazionali ed emotive che in parte non appartengono alla collettività e al suo operare. Posto che io non abbia nulla in contrario con una visione del tipo di quella sopra esposta occorre però operare dei distinguo nel tentativo di:

 

1: Non cadere in facili semplificazioni tanto care all’attuale civiltà che ci ha partorito sempre prodiga nel cercare una ricorrente omologazione massificata operata anche a spese del singolo individuo e delle sue legittime istanze.

2: Rivalutare la posizione esclusiva dell’individuo nella sua totalità a prescindere dalle consuetudini consolidate.

Detto questo però non posso ora non osservare il fatto (secondo quanto detto sopra in merito all’esigenza di crescere) di possedere le stesse aspettative esistenziali nonché ambizioni primarie del mio cane, di un gatto o di una falena. Visto che anch’essi seguendo il naturale istinto di sopravvivenza si prodigano giornalmente per taluni obbiettivi. Il ché mi porta quindi giocoforza a riflettere su quella che in realtà può essere considerata la reale e più plausibile “maturità” quella che viene riferita all’essere umano.

perils-of-plastic-ring-a-ding-ding-wea-2E’ possibile cioè che siamo nati solo per sgomitare, riprodurci, sistemare alla bene e meglio il nostro universo relazionale e andare a mangiare al Mac Donald? Il punto più alto della parabola è quindi questo?

Siccome sono pigro e ho fame risponderei di si, ma ho ancora un po di tempo a disposizione e mi permetto di affermare che l’uomo è nato per andare oltre a tutto questo. E’ suo diritto ad un certo punto elevarsi oltre le necessità relative alla sopravvivenza per ambire a qualcosa di più alto e gratificante. Questo si può fare solo sviluppando i propri talenti non mortificandoli come oggi si tende a fare.

Occorre ribaltare il mondo per riprodurlo a propria immagine, creando quindi il mondo ideale in terra. Siamo qui per incarnare il nostro ideale, il principio primo per il quale siamo nati anche a costo di porre in secondo piano la nostra stessa sopravvivenza. Chiunque abbia fatto questo secondo me può fregiarsi del titolo di uomo maturo.

A mio avviso  “l’uomo maturo” che ha in pugno le problematiche relative il mondo delle necessità a cui oggi si fa riferimento è una marionetta in balìa degli eventi. Uno starnuto e collassa su sé stesso, una grandinata e soccombe. Sempre che si riesca a mettere insieme un uomo del genere ci sarebbe sempre il rischio che un giorno si svegli e faccia a pezzi la famiglia con la mannaia (come tra l’altro ogni tanto accade).

[forse continua …]

Tutti contro tutti


Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi …

La mia ultima esperienza lavorativa si può definire agevolmente come il titolo di cui sopra che descrive in maniera ben definita lo stato delle cose all’interno dell’ufficio in cui sono stato costretto mio malgrado a operare. “Operare” è proprio il termine giusto adatto a descrivere la delicata situazione professionale in cui versavano, e versano tutt’oggi, i miei ex colleghi di lavoro che presumo ancora si trovino li a sputare sangue ogni benedetto giorno.

Presumibilmente quando ci si trova al lavoro è più o meno scontato che ci si trovi li per “lavorare”, ovvero per porre in essere una sequela di azioni utili al progresso produttivo dell’azienda nonché, nella migliore delle ipotesi, anche all’evoluzione professionale del singolo. Ebbene attratto da queste auspicabili premesse decisi quindi di affrontare il colloquio selettivo e di iniziare questa nuova avventura all’interno di quella che a prima vista mi parve una realtà operosa e professionalmente interessante. Niente di più sbagliato! Già dai primi giorni si definì in maniera chiara la situazione che si snocciolava in maniera impietosa sotto i miei occhi.

In pratica, il capo mastro dell’azienda, quello con cui avevo fatto il colloquio, contava meno di zero. Anzi, era deriso e mortificato dagli stessi dipendenti che sia lontano da lui che in faccia non perdevano l’occasione di redarguirlo sulla sua nullità. L’ufficio più importante dell’azienda era praticamente tenuto in scacco da una specie di dispotica arpia di ventisette anni che si permetteva di dire a tutti come fare il loro lavoro, me compreso. Venne fuori che la dispotica arpia ce l’aveva su con il tecnico dell’azienda, un figlio di puttana, e questa diatriba trascinava vorticosamente le attività dell’azienda verso la disorganizzazione cronica più totale. C’era quindi chi urlava, chi bestemmiava, chi cazzeggiava apertamente e se la spassava sopra le rovine dell’attività. Come avvolti impietosi i più forti pasteggiavano con le carcasse dei più deboli piegandoli ai loro umori neri. C’era modo che uno si svegliasse con la luna storta o con un po di forfora in più e sarebbe stato il disastro! C’era pure chi era in cura dallo psicologo, chi non dormiva la notte, chi si beveva 18 caffè al giorno pur di resistere allo stress e continuare a portare a casa lo stipendio.

Al mio collega andava anche peggio perché era a contatto diretto con la serpe che dirigeva ogni suo movimento, nonostante egli avesse una carriera decennale alle spalle in altre aziende di tutto rispetto. Se andava al cesso doveva avvertire, se batteva una virgola al pc doveva avvertire, se qualcuno lo chiamava lei intercettava la linea per rispondere al posto suo. Ogni suo movimento e iniziativa era vagliato dalla sordida mente della serpe. Un giorno mi disse che rimaneva ancora li per la mia presenza, il ché mi riempì di orgoglio. Ma non durò per molto. Pochi giorni dopo si incazzò di brutto con la serpe, poi con il capo, poi con il vice-capo e pure con l’amministrazione. Sparì dalla nostra vita in un sol colpo, peccato. D’altra parte poteva andare anche peggio. Dopo quello che subiva giornalmente pensavo che prima o poi avrebbe fatto irruzione in ufficio con un AK-47 portando con sé morte e distruzione. Invece niente.

La cosa peggiore di tutte è che ognuno era occupato nella sua personale battaglia contro qualcun’altro nel tentativo di far valere le proprie ragioni e nel frattempo impegnato a convincere me delle medesime con lusinghe e motivazioni di vario genere. Accostandosi per esempio a me parlando male di quello e di quell’altro e di cosa aveva fatto di sbagliato, a seconda delle situazioni. Quindi oltre l’attacco diretto vi era anche il tentativo di convincere le terze parti, tra l’altro dotate di parere decisionale pari a zero, della giustezza della propria posizione accampando anche motivazioni che scadevano sul personale.

In tutto questo scenario il “lavoro” vero e proprio cadeva in secondo piano occultato come era da diatribe, guerre territoriali e scorribande non autorizzate. Quello che ho visto questa volta è stato un misero e vomitevole sperpero di energie dove queste potevano essere canalizzate per affrontare in maniera più collaborativa e matura. Per fortuna nel frattempo i miei mesi all’interno di quel luogo giunsero al termine e fu con sommo piacere mandare tutti a fare in culo in un solo elegante gesto, il gesto di chi non sarebbe più tornato, il gesto di chi si scrolla un gran peso dalle spalle.

In ogni caso devo dire che l’esperienza fu formativa per me perché mi rese consapevole di quello che non vorrei mai diventare e della strada da non perseguire a costo di accettare mansioni meno remunerative. Un sorta di fulgido riferimento verso il basso a cui volgersi ogni volta in cui se ne presenterà l’occasione.