Nei Films americani


Da piccolo, attorno al televisore a tubo catodico quando si guardava un film americano, ricordo che in famiglia girava questa leggenda in merito ai film oltreoceano. Quando qualcuno diceva “andrà tutto bene…” di solito uno dei protagonisti ci lasciava le penne in malo modo. Tipo investito da un treno in corsa, precipitando da un dirupo o semplicemente colto da un infarto. Sulle prime pensai si trattasse di una storia senza ne capo ne coda poi col tempo capii che i film americani seguono rigidi cliché imprescindibili e durissimi a morire.

Brutta?


Non capisco tutta questa costernazione e gran parlare in merito alla modella di Gucci. Forse mi sono perso qualcosa. Nel senso: tutti a interpretare e dire la propria su questa ragazza quando è già da una vita che tra gli stilisti esiste una vera e propria corrente estetica dedicata a modelle “brutte”. Sarà che il brutto è più intrigante e meno rassicurante del consueto canone ma in ogni caso basta solo fare una veloce googlata per vedere modelle anche più inquietanti aggirarsi per le passerelle. Qui invece pare che le cose inizino a esistere solo quando vengono catturate dall’attenzione dei social e date in pasto a quel gran tritacarne di opinioni che sono Facebook e affini …

Arte povera #1


Giovanni Anselmo – Scultura che mangia – 1967

Le prime manifestazioni di Arte Povera, già battezzate dal critico genovese Germano Celant con questo nome, appartengono al 1967-68 e implicano una gestazione di almeno un paio d’anni, che antedatano al 1965-66 le prime operazioni artistiche in tal senso. Esse furono condotte principalmente da un manipolo di artisti torinesi o residenti a Torino (Anselmo, Boetti, Penone, Merz, Zorio, Paolini) e da altri a loro vicini ideologicamente, come Fabro, Calzolari, Kounellis, residenti in altre città. Allora era ancora vivo Pascali, che fu invitato alle prime manifestazioni del gruppo, come lo scultore Icaro che più tardi se ne distaccherà. Se certe idee cricolanti tra questi artisti permettevano tra loro un’intesa, non esisteva un programma esplicito: il critico Celant sintetizzò per loro, nei suoi scritti, una serie di atteggiamenti comuni, precedenti o assolutamente contemporanei a manifestazioni analoghe che avrebbero avuto luogo in altri paesi europei o negli Stati Uniti.

Il termine “Arte Povera” nasce, in linea di massima, dall’uso dei materiali poveri (raw materials verranno chiamati nei paesi anglosassoni) che potevano essere di qualsiasi tipo: vegetale, organico, minerale, fino a una specie di tecnologia minima (neon, nastri registrati, fotografie, videotapes ecc.), usata non come affermazioni dei valori della nostra civiltà, ma come strumento banale, quotidiano (si vedano le lampadine di Pistoletto, i neon di Merz). Più polemicamente, in seguito, al termine “Arte Povera” verrà data una sfumatura supplementare di opposizione all’ ‘”arte ricca” rappresentata allora dal successo (anche commerciale) di certe “etichette”: la Pop Art o la Op Art, il Minimalismo, la Funk Art e anche gran parte dell’Astrazione Geometrica.

Come si è già accennato, questo atteggiamento sarebbe mutato in pochi anni; ma derivava, in quel momento, dal bisogno di affermare una corrente vitale e vitalistica, nomade, senza orizzonti di ricerca troppo definiti: una rivendicazione di libertà totale, un’ansia di novità le cui parole d’ordine erano nei testi di Celant, ancora desunte in gran parte dagli scritti teorici del Futurismo. La vera novità della gran parte di queste operazioni artistiche, era il fatto che le opere non erano “oggetti” nel vero senso del termine, ma piuttosto “processi”, che avevano un loro significato proprio per il fatto che “avvenivano” in un tempo definito o che dovevano essere in qualche modo “innescati” per rendere funzionante l’opera.

Una traccia del tuo passaggio


In Italia Franco Vaccari teorizzò l’uso della fotografia istantanea e del video come strumenti che permettevano di “catturare” l’azione in tempo reale: alla Biennale di Venezia del 1972 la sua sala personale conteneva solo una cabina per foto istantanee e la scritta sul muro: “Lasciate una traccia fotografica del vostro passaggio”. Durante i mesi di apertura della mostra si vide crescere sui muri una sorta di affresco spontaneo e collettivo costituito dai visi e dai gesti che migliaia di persone lasciarono a testimonianza del loro passaggio. In seguito Vaccari passò a studiare, più analiticamente, quello che chiamò “l’inconscio tecnologico” della fotografia: quella parte dell’immagine che sfugge allo stesso fotografo(la cui attenzione è direzionata mentre scatta) e solo l’impassibilità del mezzo sorprendentemente rivela.