Incipit videoludens – Terzo movimento


Space AceCi sarebbe comunque da scrivere un reportage per ogni sala giochi che ho frequentato. Hanno tutte le proprie storie e i propri aneddoti, in una città poi, come la mia, dove avevano attecchito parecchio. La mia vita da videogiocatore si svolgeva in una sorta di “trasfert”. A casa ero un ragazzino di media cultura, ben educato e ben nutrito.

Una volta in sala giochi lasciavo alle spalle la mia identità per trasformarmi in una macchina da arcade! Ma non solo io, ma tutti quelli che come me avevano la passione per i cassoni della “sala”.

Oltre alle sale giochi vere e proprie si poteva giocare per esempio nei “bar” che si erano arresi alla torbida logica dei passatempi videoludici. A quanto pare rendevano parecchio e alcuni locali sacrificavano parte dell’arredo interno, come vecchie madie in legno pregiato o antichi vasi della dinastia Ming per far spazio a questi cassonetti elettronici dal gusto discutibile. C’era poi chi era stato costretto a vendersi mezzo locale per acquistare le propria rosa di giochi.

In ogni caso giocare in sala giochi e nel bar erano due esperienza totalmente differenti. Al bar c’erano le “compagnie” composte da individui che in gran parte se ne fregavano dei videogiochi, al massimo ci scappava qualche partita al Tetris aspettando la tipa per pomiciare. Queste persone erano semplici “avventori” del luogo che si ritrovavano al Bar per poi partire per altre scorribande. Io invece ero un “giocatore” nella più classica accezione del termine, ero un uomo con una missione!

Nessuno poteva fermarmi, non mi trovavo li per semplice svago ma per adempiere ad un destino! In realtà ero sempre super-occupato con qualche gioco del momento e poco mi curavo della realtà fenomenica che mi attorniava. Sarebbe potuta venirmi incontro una strafiga con le tette al vento e probabilmente sarei rimasto immutabile a giocare a Space Ace.

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Incipit videoludens – Secondo movimento


Chase-hqSe getto uno sguardo indietro verso la mia carriera di videogiocatore da sala giochi credo di essermi perso dei giochi degni di nota ma di aver allo stesso tempo cavalcato alcune mode del momento. Per quello che riesco a ricordare la mia evoluzione iniziò da piccolo, anzi parecchio piccolo. Mia madre infatti deve avermi proposto di giocare in un bar, o qualcosa del genere. Forse non sapendo più che pesci pigliare con me.

Ricordo però il luogo della mia prima partita. Si trattava di un bar, un tempo considerato malfamato, (e che in seguito ha goduto invece di un’epoca aurea di fighettismo), frequentato da impareggiabili nottambuli e alcolizzati mattutini. Dovevo essere molto piccolo in quanto ricordo che seduto sullo sgabello i piedi non toccavano terra.

In ogni caso la responsabilità di tutto quello che avvenne dopo è da attestarsi su mia madre che diede il via al viaggio verso i tetri abissi del videogame. Vaghe rimembranze e ricordi frammentati riguardo il primo gioco in assoluto, era certo però un gioco con degli ascensori e degli omini che si spostavano da un livello ad un’altro. Il tutto molto cubettoso. Gli avventori erano dei più disparati, dall’amico blasfemo, ad altri ragazzi sempre più grandi di me. Deve essere allora che imparai ad apprezzare il gusto delle amicizie con persone più grandi. C’era sempre qualcuno alle macchinette, e se finivo i gettoni mi mettevo a guardare la partita di un’altro. All’epoca usava così, infatti non era raro incontrare un capannello di gente attorno al gioco del momento che osservava con sguardo meravigliato le gesta eroiche del giocatore più cazzuto!

In questo bar ho mosso i miei primi passo alle prime gloriose partite. All’epoca andavano di moda gli arcade sparatutto con visuale dall’alto con per protagonista la navicella o l’elicotterino di turno a fronteggiare orde di nemici che spuntavano da tutti i cantoni. Bisognava essere lesti con i pulsanti e si rischiava il crampo o la sindrome da tunnel carpale ogni volta che si affrontava una partita. C’erano giocatori molto abili che riuscivano a spingere il pulsante una media di 36 volte al secondo. Era una sfida molto “fisica” all’epoca. Ogni tanto si vedeva un cassone rattoppato alla meno peggio per colpa degli strattoni o dei calci che il giocatore sferrava durante il gioco, e c’era chi andava appositamente con le Cult dalla punta d’acciaio per fargliela pagare!

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Incipit videoludens – Primo movimento


Sala giochiIncalzato anche dal mio amico Prof. Pirkaf, che non perde occasione per trascinarmi di forza nel mio passato videoludico con attacchi reiterati,  voglio spendere due parole in ricordo dei bei tempi andati spesi nella sala giochi sotto casa, pensando anche a che cosa sono diventate oggi le sale giochi di tutto il mondo: dei luoghi senza Dio abitati da anime perse alle prese con micidiali macchinette.

Tutto si mischia in maniera indistinta tra le nebbie del tempo quando i pantaloni avevano la vita alta e le tasche erano tanto profonde e utili per contenere tanti gettoni. Ai miei primordi videoludici i gettoni costavano 200 lire, quindi con 1000 lire ti sparavi 5 partite. Poi avevi due opzioni: c’erano i coin op in cui inserivi direttamente le 200 lire, oppure dovevi andare al banco che ti cambiavano i soldi in gettoni.

Ogni sala giochi aveva i suoi gettoni anche se io quando mi avanzavano quelli di un’altra provavo a scassinare tutto il blocco inserendone uno che in effetti non ci poteva fisicamente entrare. Lo scassinamento durava poco perché appena armeggiavo con il cassone solitamente il conseguente rumore di monetine smosse non passava inosservato. Vorrei poi spendere due parole su un avventore particolare che molto spesso occupava il gioco del momento. All’epoca anche i giochi più idioti erano presi sul serio e c’era questo tizio, che fu per me una specie di mentore inconsapevole, che mi insegnò a tirar giù tutto il rosario con angeli arcangeli e cherubini. Lui era un fottuto genio, aveva l’arte nelle mani e la tecnica sulla manopola, riusciva a districarsi nei platform più complessi e astrusi e magari dopo perdeva una vita per una cagata di piccione. E quindi giù bestemmie! Dava pugni e calci sul cassone creando dei concerti incredibili a beneficio degli astanti.

A un certo punto, siccome lui era bravo, sono arrivato a credere che più si bestemmiava più riuscivi meglio nel gioco, ma a me non funzionava mai. Non riuscivo a concentrarmi su due cosa in contemporanea. Non ho mai saputo il nome di questo personaggio ne ho mai cercato un qualche tipo di approccio con lui. Scoprii solo in seguito che abitava vicino casa mia. Lo rincontrai parecchio tempo dopo con moglie e figli a seguito. Chissà che ne è stato della sua stratosferica abilità alla manopola  e del suo piglio deciso a suon di bestemmioni ora  che ha assunto l’aspetto del buon borghese.

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Attesa infinita


Un giorno mi chiama un mio amico delle medie. Dice che è una vita che non ci si vede e allora perché non andiamo a prenderci un caffè assieme? Io accetto e arrivo bel bello all’appuntamento puntuale come la morte. Spacco il secondo ma di lui manco l’ombra. Maledico allora me stesso per il mio viziaccio di arrivare puntuale agli appuntamenti! Nonostante un’onorata carriera da “aspettatore” ci casco sempre, e arrivo sempre dannatamente in orario.

Credo che nonostante i miei sforzi di arrivare in orario agli appuntamenti solo una o due volte l’altro si sia presentato puntuale a sua volta. Penso sia una cosa a cui non si comanda, come l’amore; anzi, deve essere come un’istinto fuori da ogni controllo. Più sono le premure verso un ritardatario nel raccomandarsi di non arrivare in ritardo, maggiori saranno le probabilità che esso possa effettivamente tardare o addirittura non presentarsi.

Una volta a un’appuntamento mi si presentò un’altra persona che non conoscevo nemmeno. Disse che era dispiaciuto ma l’individuo con cui avevo un incontro non poteva arrivare, forse era morto, probabilmente era stato risucchiato vivo da un frullatore gigante o una cosa simile. Non lo incontrai mai più.

Anime affini


Tutto iniziò una piovosa serata di metà Ottobre. Il cielo costellato di pesanti nuvole, lampi squarciavano l’orizzonte e io dalla mia posizione privilegiata a scrutare le anime perse disperdersi alla ricerca di un riparo per la notte.

Passavo con un gesto mentale in rassegna le mie gloriose vicende da giocatore di ruolo, una volta nei panni di un possente barbaro delle terre selvagge, un’altra volta in quelli di un colto e raffinato Elfo Silvano dei boschi.

Io, un tempo valoroso avventuriero al soldo del signore locale intento a sbaragliare ondate di orchetti e bugbear, ora costretto a rimuginare il mio passato, relegato alla mia crepuscolare esistenza di giocatore ai margini della comunità. Chissà quando avrei potuto rimembrar ancora gesta valorose e pulzelle in pericolo!

Improvvisamente suonarono alla porta. Sulle prime pensai a un testimone di Geova ma vista l’ora tarda esclusi l’ipotesi. Afferrai quindi il tagliacarte sul tavolo accostando l’orecchio al portone. Poi la mia ragazza mi disse che avevamo ospiti per cena e riposi il tagliacarte. All’inizio pensai di trovarmi di fonte la solita coppietta della serie “anche noi abbiamo un pargolo della stessa età del tuo quindi sfanghiamo la serata assieme”. In realtà gli ospiti si dimostrarono una compagnia davvero piacevole anche per me che di solito parto da posizioni molto critiche in quanto a vita sociale e a divertimenti generalisti.

Poi c’era il fatto che in questi giorni avevo involontariamente disseminato la casa di materiale ruolistico stile fantasy medievale e anche qualcosa di spiccatamente fantasy-manga. Stavo infatti accarezzando l’idea di fare una cernita del tutto per qualche non ben identificato scopo. Sta di fatto che finita la cena il tipo mi dice: “Ma a te piacciono i giochi di ruolo?”. Io con tono di sufficienza gli rispondo che sì – ogni tanto non disprezzo una partitella, se non altro per ricordare i bei tempi andati ma che ora il poco tempo a disposizione e la piccina mi impediscono di trovare gente con cui condividere questa passione – e cerco di glissare l’argomento evitando particolari incresciosi.

Lui mi dice che anche lui giocava un tempo e che in particolare era innamorato di Hero Quest, questo gioco che lui ricordava come una cosa immane. Un gioco di proporzioni epiche con tante miniature e robe varie … Alla parola HeroQuest io salto dalla sedia perchè in vita mia non mi era mai capitato di trovarne un’estimatore proprio dentro casa mia! Una cosa grandissima! Qualche strana congiunzione celeste a noi sconosciuta doveva verificarsi proprio ora, sopra le nostre teste. Esseri macrocefali di altre dimensioni probabilmente stavano tessendo una trama involontaria. Uomini o meta-umanoidi che pilotavano grottesche navicelle da combattimento stavano per sciamare sulle orbite terrestri pronti  a cambiare il destino dei nostri destini. Una cosa più unica che rara un’anima affine … Decidemmo quindi per un Remember HeroQuest!

The Frozen Horror – prima parte – Il trasloco della paura!


Prima di risiedere nel nostro ridente paesello abitavamo anche noi nella fumosa metropoli del centro italia. Poi abbiamo deciso per la svolta: percorrere 15 chilometri al giorno prima di giungere alla fumosa metropoli. La parte più spaventosa di tutto questo è stato il trasloco immane che abbiamo dovuto porre in atto. Ecco qui narrate le vicende in tutta la loro rivoltante bellezza.

Siccome noi due né il nostro più stretto parentado aveva la più pallida idea di come solo si scrivesse la parola “trasloco” abbiamo quindi fiduciosi affidato il tutto a una di quelle pseudo-agenzie per il trasloco. L’agenzia consisteva in due traslocatori professionisti e un camioncino affidatogli dal campo base. Sfortunatamente per noi le condizioni meteorologiche non erano dalla nostra. Una funesta nevicata si era abbattuta proprio sul nostro paesino di destinazione, vanificando forse tutto il trasloco. Il paese si era trasformato in una specie di brutale antro del terrore ghiacciato dove i vivi pasteggiavano con i morti e i bimbi facevano pupazzi di neve usando le frattaglie come addobbo.

Eravamo rimasti d’accordo con i due omini che nel qual caso il tempo si fosse sistemato ci avrebbero avvisato preventivamente lasciandoci un margine per organizzare la spedizione con le catene da neve. Un giorno improvvisamente ci svegliano alle sette del mattino annunciando che loro erano già partiti con il camion, con le catene montate e che anche noi dovevamo partire subito. Presi dallo sconforto ci ritrovammo subito nel panico più nero. Dovevamo ancora montare le catene della vettura e la mia ragazza doveva ancora avvisare il comune per chiedere se il camion con la roba sarebbe riuscito a passare sotto la porta storica del borgo o se si fosse frantumato contro le ultime vestigia medievali causando morte e distruzione …

fine prima parte

Neve ai monti


Sembra che il Dio della Neve, dall’alto del suo monte nevoso sia in questo periodo in vena di scagliare palle di neve a profusione sulle nostre già innevate teste! Nel mio ridente paesello anche l’anno passato si ricorda una copiosa nevicata, ma mai come questa che ha colpito le nostre regioni da qualche giorno.

C’è chi ricorda la nevicata del ’94 chi quella mitica dell’85, e ancora chi quella del millenovecentododici. Durante il giorno si sta tutti barricati in casa con il naso all’insù a osservare la neve che vien giù imperturbabile, dapprima con spirito leggero e scanzonato poi, man mano che il livello sale, con sempre maggiore preoccupazione.

Il lavoro diventa solo un vago ricordo sepolto e lontano dalle preoccupazioni più impellenti. L’isolamento forzato dentro casa instilla nei compaesani strane preoccupazioni se non follie inaspettate. C’è chi è inquieto per il proprio tetto, chi ha paura della situazione dei cornicioni, c’è invece chi se la prende comoda e ne approfitta per una calda cioccolata. Per fortuna esiste sempre la piazza (congelata) dove ci si ritrova per fare quattro chiacchere e per rendersi conto che le nostre paure sono quelle comuni a tutti!

Al momento il livello della neve sembra aver raggiunto livelli epici, non pare che abbia intenzione di smettere! Un caldo saluto dal mio rifugio innevato!