Incipit videoludens – Dodicesimo movimento – La tragedia!


Il Tommaso di cui sotto si rese una volta protagonista di un episodio alquanto splatter che rimase indelebile nella mia memoria per gli anni a venire, quasi a monito al non andare al di la dei propri limiti fisici. Limiti fisici spesso evidenti di Tommaso che, da buon intellettuale qual’era, non mancava di esibire. Ma in questo caso si andava oltre. Sta di fatto che un giorno nel goffo tentativo di semi-scavalcare la rete di recinzione che separava le due proprietà per passare qualcosa a un altro ragazzino rimase infilzato da un’estremità acuminata della rete stessa.

Probabilmente mentre cercava di salire un piede fece cilecca e rimase infilzato nello spazio tra il mento e l’inizio del collo. Io che in quei momenti ero in casa sentì un gran grido di terrore venire dal giardino, mi affacciai dal portone di casa e vidi la scena raccapricciante. Tutti gridavano, il mio cuginetto e un’altro bambino nonché Tommaso tra il penzolante e il saltellante che cercava di liberarsi. Quasi istantaneamente giunse il padre a larghi balzi allarmato dalle urla.

Ci volle non poco per liberarlo da li ma ricordo che il padre lanciò nella nostra direzione uno sguardo carico d’odio come a sottintendere che era in parte colpa nostra dell’accaduto. Uno sguardo che non dimenticai per parecchio tempo e che mi insegnò che spesso si vieni incolpati ingiustamente solo per trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Da quell’episodio le nostre frequentazioni si diradarono sempre più. Forse il padre non era contento di far uscire il suo figliolo con una schiatta furibonda come noialtri ma non avemmo nemmeno l’occasione di spiegargli che poi noi non si era così male.

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Invasione vegetale


L’altro giorno inavvertitamente qualcuno, maneggiando tra le cose stipate sul pensile della cucina, fece cadere la busta dei fagioli che andarono rovinosamente a spargersi per tutta la stanza insinuandosi anche nei pertugi più inarrivabili. Inutile dire che quel qualcuno non fossi io ma la mia dolce consorte, anche perché l’unica cosa che faccio io in cucina è mangiare. O forse alle volte capita di lavare i piatti. La nostra arroganza però raggiunse in quell’occasione i limiti del parossismo perché fummo indotti a pensare, dopo una veloce sistemazione, di aver estirpato una volta per tutte il di certo disordine venutosi a creare nonché l’onda vegetale propagatasi all’interno del locale tutto sotto forma di fagiolo.

Ora non ricordo esattamente la tipologia di fagiolo incriminato ma non è importante a questo punto saperlo di per certo. Sta di fatto che i giorni successivi da parte nostra continuammo bel belli la nostra esistenza abituale affacendati come sempre nelle questioni inerenti la nostra sopravvivenza su questo pianeta ingnari del fatto che qualcuno o qualcosa invece aveva già posto le basi per la sua di sopravvivenza, mettendo radici in luoghi a noi inesplorati come può essere uno scolaposate. Dallo scolaposate infatti ora emergeva un getto verde, quasi fosse un piccolo ramo, lungo circa una quindicina di centimetri dal cui si scorgevano già le prime timide foglioline in via di formazione.

Emergeva tra le posate a scolare in posizione eretta quasi voler abbrancare l’aria attorno a sé. Dopo il primo stupore lo presi per una estremità e per un attimo lo tenni a penzoloni sotto lo sguardo stupito di tutti che si chiedevano da dove arrivava quell’ospite particolare. Già immaginavo mia figlia che avrebbe chiesto di tenerlo! Quasi fosse un gattino o una papera. L’unica cosa che riuscì a dire fu : ‘Ma che ci fa quest’intruso a casa nostra senza pagare l’affitto?!!

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Come fare


Come fare se la sera si torna stravolti dal lavoro e tutti ti chiedono attenzione? Una volta che vorresti franare in stato catatonico su qualche superficie morbida con le gambe all’aria si attiva l’interesse sulla tua persona a tal punto dal dover dire si a tutto e a tutti rimettendosi alla buona sorte sperando che tutto fili liscio. Ognuno al suo posto e io che occupo il mio, ovvero quello meno scomodo che posso trovare sul momento. Il minor attrito con il minor dispendio di energie!

Incipit videoludens – Decimo movimento – Il Professore, la cometa


Ennesimo nuovo capitolo dedicato al mio ricco pantheon di improbabili esperienze con i più svariati conoscenti o amici che hanno colorato la mia infanzia ma non solo.

Protagonista di oggi è Tommaso. Un vicino di casa molto particolare che, oltre che essere un bambino con una certa cultura, era anche un vero tuttologo in qualsivoglia campo dello scibile umano. Suo padre era un noto dermatologo, dalle voci pareva fosse uno parecchio potente, in termini dermatologici intendo. Non da meno era il suo figliuolo così attento alle materie accademiche che seguiva con una solerzia davvero invidiabile, al contrario di me che ero un perditempo inveterato dedito per la maggior parte del pomeriggio ai giochi al computer. Sta di fatto che fossi oltremodo affascinato da questo compare e ogni occasione di cazzeggio era buona per provare a chiamarlo.

Fu lui che mi iniziò al tema delle comete. Non è che mi fosse molto chiaro all’epoca questo ambito particolare di cui lui invece pareva essere un vero drago. Mi risuonavano in testa tutti quegli affascinanti ed esotici nomi di cosmici sassi che viaggiano anni luce su e giù per le galassie. Schizzavano come saette da una parte all’altra del cosmo con mirabile stupore di noi poveri terrestri costretti al nostro misero pianetino. Poi un giorno Tommaso se ne uscì con la cometa di Halley. La cometa di Halley sarebbe stata visibile ai nostri sguardi in tutto il suo fulgore a un certo punto avremmo alzato gli sguardi per ammirarla in tutto il suo suggestivo sfarfallio. Ma solo ad una certa ora e un preciso punto della volta volta celeste. Perso questo istante la cometa di Halley sarebbe certo tornata ai suoi impenetrabili abissi cosmici. Un’occasione da non perdere tanto che per vederla la volta successiva si sarebbero dovuto attendere decenni, decenni interminabili in cui le nostre vite potevano uscirne irrimediabilmente mutate.

Magari aspettando e aspettando la nostra passione per le comete sarebbe scemata e tutto quello che allora aveva un sapore suggestivo si sarebbe trasformato in una mera cronaca di un arido sasso sparato a velocità assurda nello spazio. Credo che io e Tommaso fossimo così gasati dal passaggio della nostra cometa di Halley che al momento del passaggio della cometa di Halley vera ci dimenticammo di osservarla. Quel giorno è avvolto da una nebbia indistinta, anzi, mi pare che io e Tommaso nemmeno ci vedemmo in quell’occasione.

Nei Films americani


Da piccolo, attorno al televisore a tubo catodico quando si guardava un film americano, ricordo che in famiglia girava questa leggenda in merito ai film oltreoceano. Quando qualcuno diceva “andrà tutto bene…” di solito uno dei protagonisti ci lasciava le penne in malo modo. Tipo investito da un treno in corsa, precipitando da un dirupo o semplicemente colto da un infarto. Sulle prime pensai si trattasse di una storia senza ne capo ne coda poi col tempo capii che i film americani seguono rigidi cliché imprescindibili e durissimi a morire.

1 metro di pioggia – La saga


Ripropongo qui di seguito nella sua interezza un mio racconto che mi accompagnò per svariati post qualche anno fa sempre sul mio blog. Leggete e godetene tutti!

Il sabato aveva tutti i presupposti per essere un sabato radioso, tranquillo, simpatico e soprattutto asciutto. Il sole illuminava i docili pendii del monte alle nostre spalle mentre si percorreva la statale a velocità sostenuta, muliebri cinguettii di pettirossi ci accompagnavano dolcemente alla nostra meta facendoci sognare di giornate assolate a rotolarci tra gli sterpi. Visioni vagamente pastorali prima di quello che si sarebbe trasformata in un’ecatombe di acqua, terra e fulmini. Sto parlando del mio sabato, passato al bancone di un bar con una birra media aspettando che spiovesse.

Ci stavamo godendo appieno la giornata che si prospettava come splendida. C’era in ballo questo appuntamento a una certa ora al parco sotto un certo gazebo del bar per aperitivo. Arrivati sul posto ci accorgemmo immediatamente che  il baccanale era in pieno svolgimento, la birra scorreva a fiumi il tizio del catering distribuiva pizzette ai presenti come fossero frisbee. Sotto la tettoia del bar era un gran fracasso musicale perché in quel momento avevano incominciato i suonatori, un complesso di guitti con pantaloni corti occhiali da sole e scarpe eleganti da passeggio. Con un’ora e un quarto di ritardo arriva l’amica della mia ragazza con il suo cavaliere visibilmente scosso, pensavo fosse solo un po di stordimento alla vista della mia barba allo stato brado. Invece forse presagiva la situazione che ci si sarebbe profilata di li a poco.

Notavo infatti che con fare furtivo continuava, come un comandante a bordo di una corvetta militare, a scrutare l’orizzonte, a saggiare la densità dell’aria, la direzione del vento. Stavo per chiedergli secondo lui in che direzione era il nord quando incontrai un mio conoscente che quella sera suonava proprio li sotto la tettoia, al ché capii che saremmo rimasti bloccati all’interno della festa finché loro non si fossero esibiti. Ma il buon Dio provvedette in altra maniera. Verso le 20.55 un forte vento iniziò a spirare da nord-est, il comandante di corvetta si era trasformato ora in un moderno Achab, vedeva il male dappertutto, incominciò ad avvisarci con velati messaggi di sventura riguardanti le condizioni atmosferiche. Disse che se le cose non miglioravano di li a cinque minuti se ne sarebbe andato. Disse che a costo di lasciare sola la dolce consorte lui avrebbe levato le tende perché le cose sarebbero volte certamente al peggio. Cercai di sdrammatizzare con una frase tipo Baci Perugina sulle mezze stagioni. Di li a poco scomparve e nessuno più lo vide.

Chiesi a quel punto alla mia lei di allontanarci un secondino dal fracasso della festa per renderci conto meglio delle reali condizioni del cielo che ad una rapida analisi si rivelò plumbeo come la morte e carico di fulmini e saette. Nel mio sfacciato ottimismo dichiarai che non c’era nulla da temere, si sarebbe trattato di un fottuto acquazzone pre-estivo e nulla più, risoltosi in una quindicina di minuti. Nulla di preoccupante quindi. Come in risposta alle mie parole le nuvole al di sopra le nostre teste iniziarono a riversare sulla tettoia litrate di acqua al secondo, le cateratte dei cieli si aprirono con gran fragore sul gazebo. A quel punto ognuno dei presenti iniziò a cogitare una scusa per potersene andare, chi andava a cenare la seconda volta, chi aveva la mamma ammalata scappava in gran fretta, chi aveva il turno serale e quindi proprio doveva lasciarci, la nostra amica decise che sarebbe andata in pizzeria a spararsi una quattro stagioni con picchio pacchio.

Io ero invece dannatamente bloccato dalla promessa fatta al mio conoscente di rimanere, qualsiasi cosa fosse successa! Volevo essere come Acquaman, trasformarmi in una nuvoletta di vapore acqueo e scappare non visto da quella situazione incresciosa. La situazione infatti faceva acqua da tutte le parti, come la tettoia sopra di noi. Iniziò infatti a piovere da ogni lato, dai fianchi e da sopra grazie a delle intercapedini che lasciavano filtrare l’acqua, ci accalcammo tutti come sardine verso il centro del gazebo mentre fuochi e fulmini ci saettavano attorno. Guardai la mia ragazza negli occhi e vidi una patina di disperazione sul suo volto! Decisi quindi per una birra media a testa con patatine.

Mentre mi ingollavo la mia razione di patate pensavo al fatto che ci stavamo perdendo nel flusso cosmico degli eventi, non avevamo a quel punto più presa su accadimento alcuno, sballottati, triturati, avviliti, come eravamo in quel momento. Eravamo alla mercè degli elementi primordiali senza possibilità di ritorno, probabilmente avrebbero trovato le nostre carcasse sotto 12 metri di terra tra un migliaio di anni, antiche e gloriose vestigia di un tempo che fu. Il solo pensiero di uscire all’aria aperta metteva alla mia lei una paura da cacarsi sotto. Ma dopo un’oretta di banco bar decidemmo di uscire ad ogni costo.

Verso la Libertà

Finita la scorta di patatine decidemmo di levare le tende ad ogni costo. Il barista aveva però chiuso accuratamente la porta, ma noi decidemmo pure di forzare il blocco. Il figuro si era dato da fare per barricare ben benino l’uscita e a questo scopo si era impegnato a sbarrare la strada con ogni sorta di materiale che il vento impetuoso gli aveva portato vicino, fusti di birra vuoti, tronchi d’albero, balle di fieno e quant’altro potesse evitare una fuga repentina.

Preso dallo sconforto a quella vista mi venne l’idea di prendere un bambino con il gelato in mano che stava passando accanto al banco in quel momento e usarlo a mò di ariete, non ci avrebbero presi tanto facilmente quindi ma ci avrebbero accusato comunque per maltrattamento di minore. Dopo essermi assicurato della presenza della mia ragazza, decisi per l’azione e allungando la mano al di là del bancone presi un caschetto da ciclista che stava accanto ai bicchieri. Lo calzai ben benino in testa. Il seguito degli eventi si susseguì in maniera forsennata, vuoi per la craniata che detti contro la porta di ingresso vuoi per la birra doppio malto che stava facendo effetto.

Comunque forzare il blocco non fu difficile, iniziai a caricare di gran velocità, riuscii con un balzo a passare i detriti depositati prima dell’ingresso e andai a cozzare in pieno contro la vetrata della porta che si aprì scardinando il lucchetto. Una volta accortasi della presenza di un varco la marea umana del bar iniziò a scalmanarsi d’un tratto. Anche chi mangiava ai tavoli si alzò in tutta fretta per poter uscire, io mi ero già guadagnato il primo posto del varco. Ero in pole e niente mi avrebbe portato indietro.

Allungai un braccio verso la mia lei ma la vidi che si stava liberando dalla presa del barista infoiato, dal passaggio filtrava una corrente maledettamente forte. Con uno strattone liberai la ragazza dalle grinfie del bruto assalitore che come un ragno morto stramazzò a terra con il vassoio a fianco. Feci appena in tempo a gridargli … “DI QUAAAA!” che fummo subito fuori, catapultati verso l’esterno come il risucchio di un immane imbuto.

La Grande fuga

Ci trovammo quindi subito fuori a correr all’impazzata tra la pioggia, cadevano gocce grosse quanto un Chiwawa. Mi vennero allora alla mente due cose: la scena iniziale di “Salvate il soldato Ryan” durante le prime fasi dello sbarco e la storia del tizio che riusciva a schivare le gocce di pioggia, anche io volevo essere come lui in un momento come questo. Mi vedevo infatti adepto di qualche disciplina orientale, di qualche confraternita segreta, un ninja furtivo e scattante, qualcosa di simile mi venne in mente.

Quello che riuscì ad ottenere fu solo una piccola storta in un’asperità del terreno mentre stavo correndo che mi galvanizzò a tal punto che cominciai a correre più veloce di prima lasciando indietro la mia ragazza. Mi girai ed in lontananza vidi le imposte del bar che avevamo appena lasciato che sbattevano furiosamente al peso della marea umana che stava cercando una via d’uscita, probabilmente  il barista era stato giustiziato sul posto ed ora i vivi pasteggiavano con il suo cadavere ancora caldo.

Girai lo sguardo per scacciare l’orrore quando all’improvviso inciampai su qualcosa di morbido che aveva le fattezze di un torso umano! Caddi in avanti ingoiando terra e detriti. Il torso non era solo un torso, era dotato di gambe e braccia. Probabilmente una goccia di pioggia straordinariamente grande era piovuta dal cielo e aveva fracassato il cranio del poveretto. Ma mi accorsi che il corpo aveva il capo ancora ben saldo sulle spalle.

Il poveretto aveva ingoiato troppa pioggia durante il percorso, ingerendo una tal quantità d’acqua lo stomaco doveva essergli esploso come un gavettone senza arrecargli però alcuna ferita esterna visibile. Il corpo del malcapitato iniziò a muoversi, probabilmente un’ultimo spasmo di morte prima della decisiva dipartita. All’improvviso mentre ero ancora a terra una mano mi afferrò per i pantaloni e mi trasse a sé, vidi la testa del cadavere con le sue labbra avvizzite che si rivolgevano a me con parole gorgoglianti: «… per di là! Prendete il mio mezzo!», e stramazzò al suolo come una merda secca.

Nonostante la pelle avvizzita, il volto cadaverico, le pustole e le varie ecchimosi che gli ricoprivano il viso riconobbi in un baleno lo sguardo terrificante del Capitano Achab! Egli aveva fiutato il pericolo ed era capitato tragicamente al centro della tempesta. In un lampo mi balenò la speranza di salvezza che il Capitano ci aveva donato, la sua morte non sarebbe stata vana. Iniziai a frugare nel suo corpo mentre la mia ragazza mi raggiunse proprio in quel momento, ora la fortuna sembrava deviare bruscamente dalla nostra parte, recuperate le chiavi un nuovo orizzonte di salvezza si sarebbe aperto. Ricominciammo la folle corsa verso l’auto del buon Capitano mentre lingue di fuoco ci lambivano d’appresso.

Ritorno a casa

La dipartita del buon Capitano aveva aperto sui nostri orizzonti strade non ancora percorse caratterizzate dalla felicità di veder palesate or ora le speranze di un ritorno a casa. In poche parole avremmo usato la macchina di Achab per scappare da quel maledetto inferno di acqua e fuoco. Ma se tra dire e il fare c’è sempre di mezzo “e il”, tra la nostra salvezza e la situazione in cui versavamo momentaneamente c’era un mare di merda. Io da parte mia da buon segugio di cacca come sono ero scettico che tutto si fosse concluso in maniera così semplice e spensierata (si fà per dire).

Sentivo ancora il puzzo marcescente della sventura e della disgrazia incombente. L’olezzo della morte era ancora davanti ai nostri passi, qualcosa di molto grosso che ancora non si era palesato.Un’avvenimento imprevisto poteva cambiare in un battibaleno il corso delle nostre vite! Infatti mentre correvo a perdifiato verso il parcheggio pestai una cacca enorme. Finalmente giungemmo al parcheggio che era tutto un pantano visto i litri di pioggia copiosa che stavano cadendo dal cielo, una gran quantità di macchine parcheggiate da far paura si trovavano qui. Io non avevo mai visto l’auto del capitano quindi mi fermai un’attimo per decidersi sul da farsi. Mentre pensavo notai lo stato pietoso del parcheggio, alcune auto stavano sprofondando nella melma, alcune stavano per essere inghiottite come nelle sabbie mobili e versavano in posizione verticale come delle immani baleniere pronte all’affondamento.

In dei punti il fango formava dei terribili gorghi roteanti che risucchiavano persone e ne risputavano le spoglie membra. Una visione raccapricciante di morte e spavento quando mi venne in mente di spingere il pulsantino della chiave per rintracciare l’auto del Cap. Una lucetta arancione baluginò tra la pioggia, presi per la mano la mia ragazza dirigendoci verso quella. Con mio sommo stupore l’auto del Capitano era una lussuosa Mini con tanto di sponsor, sulla sua sommità aveva una specie di enorme lattina messa per traverso, una sorta di totem rituale appartenuto alle antiche civiltà scomparse. Le rune sul totem recitavano a chiare lettere “Red Bull”. Salimmo sullo strano veicolo quando ci accorgendo accendendo i fari che il terreno attorno all’auto era devastato dai cadaveri di quelli che avevano perso la vita nel disgraziato diluvio. Avremmo dovuto passare con l’auto sui loro corpi, ero attanagliato da questo pensiero quando un braccio ruppe il finestrino assestandomi un cazzottone sullo zigomo sinistro. Nel girarmi scorsi la sagoma con il volto tumefatto di una creatura in via di decomposizione che ci stava attaccando, la mia ragazza era già stata tirata giù dal mezzo a suon di strattoni e urlava come una vecchia comare.

D’improvviso un lampo squarciò il cielo mostrandomi il profondo orrore in cui eravamo capitati, tutto intorno a noi le creature dell’oltretomba sciamavano dalle profondità dell’Inferno verso di noi, con passo insicuro e malfermo l’orrenda guarnigione della putrefazione si apriva la strada tra la terra, tra le zolle di terriccio e tra le pietre, ed erano solo per noi, erano giunti per scannarci e fare di noi il loro pasto. Possibile che il buon Achab ci avesse condotto in questo delirio di morte e disperazione? Dannai l’anima sua pensando a come vendicarmi quando una creatura mi spinse con tutta la forza di nuovo dentro il mezzo mentre cercava di mordermi il polpaccio. Inavvertitamente spinsi con il gomito un pulsante ben in vista sul cruscotto e il suono di un subitaneo scatto giunse al mio orecchio. La mia ragazza mentre combatteva con la sua creatura mi fece cenno con il dito! Qualcosa si era staccato dal mezzo. Sferrai un calcio in testa al morto che mi stava minacciando e mi sporsi all’esterno per scrutare quello che stava accadendo.

Il grosso totem cilindrico si era staccato dal tetto del mezzo ed era franato a terra con un gran tonfo, spezzandosi in due tronconi dal suo interno era iniziato a fluire fuori un terribile liquido dolciastro dall’odore insopportabile. In pochi secondi aveva già formato una grossa pozzanghera che aveva corroso la vegetazione circostante. In un baleno alla vista del liquido le creature iniziarono straordinariamente ad indietreggiare come impaurite, uno di loro sommerso dal liquido fino alle caviglie iniziò a contorcersi in spasmi prolungati di dolore mentre il liquido gli corrodeva i piedi, un fumo pestilenziale saliva dal corpo mentre il misterioso fluido faceva il suo terribile effetto.  Il gruppo si stava ora disperdendo. Come in preda ad una orrenda follia, i sinistri emissari dell’oltremondo ci stavano abbandonando. Tutto grazie al liquido infame. A quella vista strattonai per un braccio la mia dolce metà per riportarla in auto, premetti l’acceleratore a tavoletta e scappammo su per la statale imbarcando tre o quattro bestie.

Karaoke estremo!


Una sera io e famiglia ci ritrovammo in uno di quei bei localini pizza birra e Karaoke dove degli improbabili avventori ci immischiarono in una serata canora. Il luogo era visibilmente frequentato da impavidi interpreti dediti alla musica leggera italiana. Da Ranieri, Battisti e molti classiconi arrivando fino a Vasco Rossi. Anzi, riguardo a Vasco ce n’era uno che sapeva a memoria tutti i pezzi, non aveva bisogno nemmeno di seguire lo schermo e si atteggiava con movimenti pelvici e con il classico repertorio di movenze alla Blasco, con tanto di EEEEEEhhh!

Gli altri avventori evidentemente si conoscevano tutti quanti e c’era la sensazione di essere giunti in un luogo frequentato da ex-cantanti, musicisti ora allo sbando tanto che si lanciavano soffiate sui brani facendosi dediche a vicenda. I bimbi in sala si divertivano attorno ai tavoli correndo e cantando anche loro. Tra una birretta e un limoncino, non so come ma ad un certo punto qualcuno propose di buttare su’ il pezzo cardine di Frozen, All’alba sorgerò, che credo sia uno dei pezzi vocalmente più difficili in assoluto. Mia figlia alla vista di Elsa scattò subito in piedi come una molla destando l’attenzione dei presenti che girarono contemporaneamente la testa verso la nostra direzione. Fino a un attimo prima eravamo rimasti defilati nell’angolo buio dello stanzone ora mia figlia ci implorava di andare davanti al monitor a cantare una canzone non di certo adatta alle nostre minime abilità canore. Mi venne allora in mente Cameron Diaz protagonista di un Karaoke spregevole in una scena di non ricordo quale film.

Ovviamente io tatticamente delegai il tutto alla mamma rifiutandomi pure di alzarmi dal tavolo. Non sono il tipo che si fa avanti quando una cosa riesco a farla, figuriamoci in una situazione disperata come quella. Devo dire però che il duetto riuscì abbastanza bene, anche perché poi si trasformò in trio e poi in quartetto, finendo in un orgia canora che aveva dell’indefinito. Se non altro nel fatto di riunire più bimbi ed i loro genitori alla riuscita di un obbiettivo comune. A pensarci bene basta poco per essere sereni. Una birra, qualche strampalato, della musica e qualche marmocchio …

Distrazioni


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Vivere in un ridente paesello collinare è un po come stare avulsi dal tempo e dallo spazio. In città ad esempio si continua con il solito tran tran quotidiano mentre qui è d’attualità la locale festa natalizia che si tiene ogni anno. Esci e la gente non parla d’altro. Stai a casa ma senti i suoni degli operai e volontari che lavorano distraendoti dalle tue attività.

E anche io non ce la faccio a fare altro… Tipo avrei da studiare, da riassettare casa, archiviare delle cose. Ma niente non riesco. Anche qui sul blog è iniziato pure a nevicare. Mia figlia mi chiede da un mese tutti i giorni se arriva Babbo Natale e se gli porta i regali! Insomma pensavo in un Natale discreto e poco ingombrante almeno quest’anno ma tutti i presupposti mirano al contrario!

Buona giornata babbi natali!

Il Lavoro – Fase_4


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Altro giro di colloqui per il sottoscritto. Si perché oggi per trovare un singolo lavoro, tocca pure sottoporsi a un numero indefinito di colloqui. Uno con l’agenzia, uno con il responsabile, uno con il titolare che di solito non sa mai un cazzo!

E ti va bene pure se lo sai in anticipo che magari ti prepari psicologicamente, perché poi capita anche che lo scopri di volta in volta quali personaggi ti devi girare. Comunque questa volta la cosa ha preso una piega che ha tanto un sapore alla X Factor, ora vi spiego.

Praticamente il responsabile dell’ufficio dove dovrei finire io ha deciso questa volta di buttarla sul competitivo. Ha deciso di tenere tre persone (e dico 3) in prova per un mese a mezza giornata (che poi dove la trova mezza giornata in 3??) nel suo ufficio e vedere come ce la caviamo con le varie problematiche. Siccome lui dice occorre essere proattivi (come il detersivo) allora vuole vedere prima la nostra proattività in azione nel momento del pericolo e dell’azione. Io ovviamente ho accettato, avendo anche tutti gli altri requisiti per accettare quelle mansioni, ma dal giorno del colloquio tutto tace …