Pubblicato da: exogino | agosto 26, 2010

Il gatto nero


Continua l’opera di migrazione di alcuni dei miei vecchi post sull’ormai andato blog dell’Exogino. Siccome oggi fuori fa un caldo tropicale e la mia pigrizia mi impedisce di scrivere qualcosa di nuovo e avvincente ripropongo di seguito una mia personale disamina del racconto di Edgar Allan Poe “Il Gatto Nero”. Se il racconto l’avete letto, bene! Se non l’avete letto non leggete le prossime righe altrimenti non ci capirete una minchia e vi rovinerà pure la sorpresa nel qual caso in futuro vi capiterà di leggerlo.

“E ora ero io veramente misero al di là della peggiore miseria dell’Umanità. Una bestia bruta – quella della quale avevo sprezzantemente distrutto il compagno – una bestia bruta causava a me – a me, un uomo creato a immagine e somiglianza d’Iddio – un così insopportabile dolore!”

Il gatto nero è il racconto di E.A.Poe che ha dato il via a tutta una serie di produzioni cinematografiche dedite al Noir come fonte di ispirazione. Atmosfere cupe, gotiche e grottesche si accavallano in tutto il corso dell’opera dello scrittore americano che attraverso situazioni orrorifiche e paradossali tenta di scavare in maniere lucida e razionale nell’irrazionalità del subconscio umano. Il racconto, come vuole la classica tradizione horror ottocentesca che và da Bram Stoker a Mary Shelley , è in prima persona sviluppato a mò di cronaca. Tecnica che fin dalle prime battute tende a creare la necessaria tensione in crescendo man mano che i fatti vengono svelati.

Prendete una persona comune, una persona che si definisce innocua e docile, una moglie amorevole, un gatto nero amato e coccolato ed avrete il principio del massacro. Il rifiuto dell’amore con tutte le sue estreme conseguenze. Poe si pone volontariamente contro l’amore, nella fatispecie dell’amore incondizionato di un apparentemente innocuo animale domestico. Egli sceglie volontariamente la via della violenza con lucida perfidia criminale, con sadismo estremo infligge all’essere una volta a lui caro una terribile punizione solo per essere colpevole di un sentimento che al protagonista a tratti irrita a tratti edifica. Il protagonista in principio nutre sentimenti di simpatia verso la bestiola, che ben presto si trasformano (anche grazie ai fumi dell’ alcool) in un sordido sadismo.

Il piacere del male per il gusto malsano di trasgredire, il Male di Dostoevskijana memoria. Ma mentre il demoniaco Stavrogin si è messo in una posizione di superamento dei valori, egli non distingue più sostanziale differenza tra bene e male; il Male di Poe non è ancora  metabolizzato, c’è ancora dello stupore che lo fa rabbrividire e lo rende meschino a sé stesso. Il tutto a creare una dinamica masochistica dove l’arrecatore di dolore è al contempo carneficie e vittima. Qui Poe non è ancora un assassino. Egli ancora soffre del rimorso, della buona coscienza che, in barba ai suoi momenti di relativa serenità, rimane accucciata in un angolo come un gatto per poi risvegliarsi alla fine del testo con lo svelamento del cadavere della moglie con il micio ancora in vita.

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Responses

  1. Sempre molto interessamte quello che propoini nei tuoi articoli. Ciao, Honissima

  2. grazie Honi, spero di avere prima o poi un po di tempo libero per passare anche da te! saluti …


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