Quattro passi


Siccome ora godo di una doppia identità, ovvero ho due blog in rete, uno al macero e uno molto figo su Worpess (questo) ho deciso di implementare in quello di nuova generazione un racconto di cui vado molto fiero che avevo scritto nei bei tempi che furono, in realtà risale a circa un annetto fa. Somma fierezza che deriva non tanto dai contenuti particolarmente ricercati ma dal soggetto che tratta. Il progetto era nato come il primo di una serie di racconti che poi dopo sono morti in fase embrionale, più per mancanza di tempo che altro. Ripropongo qui il tutto lasciandolo tale quale a quello del vecchio blog con tanto di introduzione.

Qualche tempo fa sentii l’esigenza di raccontare in qualche modo la mia esperienza, o estratti di essa, del periodo dedicato all’obiezione di coscienza, ovvero periodo che risale ad una decina di anni or sono. Anche se non ho ben chiaro ancora oggi quelli che sono i temi da affrontare per ora ho deciso di focalizzarmi sulla descrizione di un personaggio in particolare che allora destava la mia più viva curiosità. Un signore non vedente sulla settantina che mi faceva camminare al suo fianco per ore e ore per il solo gusto di camminare e predere aria. Inutile dire che con Primo il rapporto non poteva non essere che di amore-odio. I turni in sua compagnia erano a dir poco massacranti e solitamente al suo nome in ufficio era accompagnato un brivido di terrore. E’ mia intenzione trattare lo scritto su Primo come una sorta di post in progress prevedendo modifiche al testo ed eventuali aggiunte.

Quattro passi negli Orti.

Siamo io, Primo e i piccioni. Appollaiati in panchina a spalle curve. Primo scaglia manciate di becchime sui piccioni. Dico “suoi piccioni” intendo dire sopra. Primo non ci vede, ma crede di vederci meglio di me, e forse non si sbaglia. Gli ho dovuto sfilare la camicia perchè sentiva caldo. Ora in canotta dice che odia i piccioni, per quello che li bersaglia con onde di briciole, io cerco di direzionare alla meglio il suo braccio ma a lui piace ascoltare il trambusto quando i pennuti si imbizzarriscono con grande strepito d’ali. Ci danzano attorno con il loro tubare, il solo suono udito sotto la canicola estiva degli orti. Dietro di noi il murettino basso è devastato dalle merde, mi stupisco che la panchina sia ancora intonsa. Primo allora mi parla degli Orti Giuli, di come erano un tempo, di quando lui era giovane e ci vedeva. Gli occhiali da sole inforcati a quel suo modo lo fan sembrare un Vasco del Santa Colomba. Io gli parlo della figa, lui ride e risponde con dei gorgoglii sommessi. Pesaro non è mai stata tanto pesaro come agli Orti Giuli. Ritorno con lo sgurdo al muretto violato dalla cacca che si sta essiccando al sole. Che anche Pesaro stia marcendo? Già sento il puzzo venefico del Foglia salire su per il pietrame poroso delle mura incrostate di muschio e costellate da oasi di erbacce. Primo non vede ma scommetto che si ricorda. Come in rsposta al mio pensiero alzo lo sguardo sopra di noi, ma non faccio in tempo che una caccola di piccione atterra sulla lente destra dei miei occhiali da sole. Primo si volta di scatto per ridermi in fatto. Penso che stia ridendo per qualcos’altro quindi sena farmi sentire di soppiatto prendo una foglia secca per togliere lo schifo.
– Che ti ridi? –
– Niente … Eh, eh! Ti dico che forse non siamo i benvenuti! – Dice lui infilandosi quel suo cappellino con la visiera alle 14 e zero cinque.
Primo non ci vede un fico secco: – Una specie di nero molto nero – come dice lui. Non dà comunque molta importanza al suo handicap, per lui è soltanto una sorta di inghippo come un altro in cui è andato ad incappare, non pare né particolarmente affranto né scoraggiato. Lui è un uomo tutto d’un pezzo, lo osservo strascicare le parole mentre è voltato inutilmente verso di me, l’enorme bubbone rosato sulla fronte a furia di scrivere in braille mi osserva, pare un terzo occhio. Perchè devi scrivere con la fronte? Gli domando. Lo sai che sono mancino. Quando sto al telefono reggo la cornetta con la sinistra, con la destra non riesco nemmeno a tenere in mano una tazzina quindi pigio il punteruolo con la fronte.
Questa storia già la conoscevo ma è uno spasso ascoltare Primo quando cerca di farsi capire, inoltre mi chiedo quale sia la mole abnorme di telefonate che può ricevere durante la giornata. Fondamentalmente non gli frega un cazzo della sua fronte, non si osserva allo specchio e non ha motivo di sentirsi osservato.
Andiamo a fare due passi! Primo si alza ed il bastone bianco si impenna colpendo uno dei piccioni che stava pasteggiando avidamente. Con un sussulto passo oltre, Scendiamo giù per il selciato sconnesso degli Orti Giuli verso il cancello. La canicola estiva è impressionante e usciti sulla strada si avverte chiaramente l’escursione termica amplificata dallo smog cittadino.
Primo è un fanatico della passeggiata ad oltranza, i primi giorni con lui furono un vero inferno sulla terra. Lui la vede così: Non è importante dove si va. L’imperativo primario è camminare. Che sia spiaggia, strada asfaltata, breccino, fango, lavori in corso, che venga la pioggia, la grandine grossa così, il nevone, calamità, freddo, afa, pestilenza, carestia, Primo con il suo bastone avanzerà sempre indefesso. Alle volte provo a far sentire la mia disapprovazione, ma lui, se per esempio piove, mi liquida con un secco “fa due gocce”, e riprende la marcia. Due gocce si intende che d’un tratto si potrebbero anche spalancare le cataratte dei cieli e noi saremmo li a camminare come quelli rimasti fuori dall’Arca. Al massimo mi concede una sosta di due minuti per una sigaretta furtiva sotto una pensilina.
Ogni tanto si parla, si discorre. Del passato come del presente. Si cerca abilmente di evitare il futuro, alcuni eventi della vita di Primo mi destano dei sospetti, altri li descrive con dovizia di particolari. Bisogna essere ben desti per afferrare ciò che Primo spaccia per realtà da quella che è oggettivamente la realtà. Ma d’altra parte ad oggi non è importante per me saperlo, e credo neanche per lui.
Primo si è spaccato la schiena per quarant’anni per allevare e mantenere i marmocchi e la moglie lamentosa.
Ora i figli hanno fatto carriera, probabilmente hanno assunto incarichi di gravosa responsabilità, si fanno il mazzo dietro la scrivania, guadagnano quattrini a palate, onestamente si intende. A sentir bene le parole di Primo essi sono come fantasmi, entità incorporee intoccabili perse nel fluire dello spazio-tempo, anime trafitte e angosciate da maree di impegni e incombenze al di là delle loro stesse forze. Ogni tanto pare che escano dal loro antro crepuscolare e si recano quatti-quatti dal padre per chiedere un po di foraggio. Io sono con Primo a battere le strade di Pesaro, una città che conosce meglio da cieco che da vedente.


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