Frammenti urbani


“E questo neanche il mese di giugno e luglio, benché nella gabbia di trentacinque metri quadri in cui vivo, fra le altre cose sto all’ultimo piano fra attico e cielo e senza un balcone, batte un sole pazzesco e il caldo ti abbrustolisce”
Ciro Pinto, I Ragazzi della Tec School.

Abito in piccionaia, scala C Interno 702. Le possibilità di condurre un’esistenza pressoché “sana” in luoghi come questo sono al minimo storico. Di qua la storia non passa, siamo nella storia ma nella storia abbiamo la parte degli esuli. Siamo nella città ma in qualità di relitti alla deriva urbana. Questo ci consente una visuale tutta speciale dall’alto della Pietroburgo quotidiana dei poveri. Chiamare questo luogo “abitazione” è un puro esercizio di stile, uno stile scarno e inutilmente pretenzioso. Mi immagino i costruttore a capo dei lavori con quale solerzia deve avere eretto il suo monumento alla disfatta e al fallimento della sua casta.

Ad oggi soggiorno al Centro Direzionale dei colori primari e delle linee minimaliste, delle estetiche inviolabili di un colosso che di per se stesso è un insulto prolungato all’estetica. Avrebbe più senso come ammasso di rovine incenerite, vestigia di un passato che tutti si augurerebbero non tornare mai più. Qui l’ideale illusorio del “nuovo” si fa concreto ad abbraccia la quotidianità. Nell’esigenza impellente di linee moderne coniugate ad un solido pragmatismo si è arrivati ad un compromesso misero e avvilente che nulla ha a che spartire con il concetto di “complesso abitativo”. Esso si erge come una cattedrale scesa da abissi stellari Lovecraftiani a dominare, non a caso, la zona a fianco del vecchio lazzaretto.

Qui apparentemente non manca nulla di ciò di cui si ha bisogno (bisogni Moderni si intende), ci sono le pareti e i soffitti … ma tutto quanto è inutile, scomodo e assolutamente inutilizzabile. Questo rende la permanenza in un luogo come questo totalmente precaria se non per il fatto di avere un soffitto sopra la testa. Qui gli elementi fondamentali che costituiscono un’abitazione in effetti coesistono ma sono solamente una questione di forma, gli stessi elementi analizzati di per se risultano totalmente apratici malsani e privi di significato. E’ il trionfo di un’era che si crede moderna ed emancipata!

Ma addentrandoci nel particolare posso fare l’esempio del cesso. In questo microcosmo convivono tutti gli elementi costitutivi del cesso: c’è il lavandino la specchiera il bidèt , il water closet, la vasca di un nano ma c’è anche la vasca. Sfortunatamente per gli utenti del nostro cesso la cosa più importante che ci si aspetterebbe da un cesso, la finestra, viene tragicamente a mancare. La finestra, fondamentale in un cesso, utile a disperdere i gas perniciosi dopo una seduta o a permettere la fuoriuscita dell’umidità accumulatasi dopo una doccia, semplicemente è sostituita prontamente da una apposita ventolina di dubbia funzionalità. Ma anche ammesso che la ventolina faccia il suo sporco dovere, nel momento in cui essa verrebbe a mancare per un banale guasto (il che accade nel 99% degli appartamenti) il nostro cesso diverrebbe di facto totalmente inutile e malsano riversando i suoi miasmi repellenti nel resto della casa. Senza naturalmente contare gli altri disagi connessi ad avere un cesso senza sbocco esterno, dopo 3 minuti l’aria diventa irrespirabile per ogni forma di vita… bisogna essere svegli e coordinare ogni movimento. La doccia non può durare più di un tot altrimenti si formerebbero nel soffitto macchie di umidità enormi già rimosse di recente dal pittore.

L’acqua al sesto piano arriva, attraverso l’erogatore dal design innovativo, ma ha un retrogusto pestilenziale e il più delle volte occorre lavarsi i denti con l’acqua minerale per non cedere allo sconforto. Con questo intendo i termini “apratici” e “malsani” di cui facevo riferimento sopra. Al di là del discorso “cesso” abbiamo pure le splendide finiture angolari in parete a vetri di cui è dotato il mio casamento. Ma io mi chiedo?!…oltre a non mettere le finestre dove occorrono, le mettiamo dove nessuno mai si sognerebbe di volerle?! Nella stanza che dovrebbe essere forse la meno illuminata e la più intima, in estate, alle sei del mattino ho già il sole che batte a picco sui vetri infuocati della parete e l’aria resa asfittica. E’ un miracolo che io sia ancora in vita, che non sia morto durante il sonno o durante la prima colazione. Fece bene il mio vicino di casa a fottersene di tutto, a pigliare baracca e burattini e a fuggire da qui, estremamente shockato cambiò pure città, se la diede gambe da un ambiente ostile e stagnante.

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