Pubblicato da: exogino | giugno 14, 2009

Ateismo consapevole?!


Molto spesso questa domanda mi si ripropone minacciosamente da amici o parenti. Sei ateo? Mi si chiede … A mio modo si vedere la questione è vagamente riduttiva. Farebbero meglio a non chiedermi nulla. Una mia eventuale risposta in un senso o nell’altro in che modo soddisferebbe la loro curiosità, dato che il modo in cui ci si accosta alla religione o all’ateismo è meramente personale? In primo luogo occorrerebbe partire da presupposti comuni analizzando quello che si intende per “Ateo” e per “Credente”, ed è quello che nel mio piccolo tenterò stoicamente di fare.

La mia dissertazione però scaturisce dal desiderio di porre in evidenza a questi curiosi dello spirito quanto sia nebuloso e inutile domandare di qualche cosa di cui non si ha ancora ben benino afferrato il concetto. Le prossime righe prenderanno come credente di riferimento per semplicità il cattolico-cristiano e l’ateo medio da cui di solito scaturisce questa bramosia del domandare.

Nella mia seppur modesta esperienza di vita mi è capitato di accostarmi alla fede, ma forse in un modo sbagliato e fasullo. Nel momento in cui dichiaravo agli altri o a me stesso di “credere” sapevo a quel punto di essere più ateo e scettico che mai, ed al contrario quando convenivo di “non credere” scattavano in me le molle che mi portavano alla ricerca. Ma parliamo di questi “credenti” che mi attorniano e mi domandano. Per essere “credenti” io parto dal presupposto che da uno status di primitiva incredulità si passi attraverso una “conversione” per trovare in quest’ultima uno stato di appagamento. Nessuno però nasce credente. Il bisogno di credere di avere “fede” in qualche cosa è innato nell’essere umano e viene canalizzato attraverso la prassi religiosa. L’essere religioso trova soddisfazione quando i suoi istinti interni (o parte di essi) si armonizzano con la dottrina e con la prassi propugnata dall’istituzione religiosa stessa.

Se questo non avviene è assolutamente ingannevole e malsano per se stesso egli altri dichiararsi credente. Tutto ciò che è al di la di questo è finzione, abitudine, semplice disinteressamento. Mio padre per esempio è un cattolico per abitudine, pensa che la fede si tramandi di padre in figlio come la calvizia o l’alluce valgo. Si stupisce dei miei dubbi, non capisce che la fede non ha niente a che fare con la famiglia o con l’ereditarietà, ma se anche le cose stessero così per lui rappresenterei un fallimento. Lui è convinto di credere in qualche cosa, si ritiene cattolico praticante perché va a messa, ma se incominci a parlare di dottrine di concili e di Trinità incomincia ad apparirgli tutto molto nebuloso e di conseguenza per frustrazione inizia a recriminare contro la classe sacerdotale. Attesta che dio esiste, ma lui stesso non si riconosce in quella Chiesa che propugna i principi fondamentali della fede a cui lui pretende di appartenere!

Ma io mi domando: allora se non credi negli insegnamenti della tua stessa religione, o prendi solo quelli che più ti interessano, non è forse questo un atteggiamento superficiale? Non è un inganno verso se stessi per pura sopravvivenza? Potrei stimare molto di più un pagano dei tempi antichi allora. Non è forse anche questa una forma di ateismo mascherato? Non è forse il cristianesimo la religione dell’individuo, della liberazione, non li avremmo riconosciuti dai loro frutti? Ma quali frutti se non sanno nemmeno che cosa devono seminare! Da notare che nella condizione di mio padre versano il 90% dei cattolici da me conosciuti. Ecco, il mio stupore nasce da questo. Che mi si domandi in merito a tematiche non ancora del tutto chiare al “richiedente”. Se io sono ateo anche una persona di siffatta risma lo è, solo che io so di esserlo, ne sono consapevole, egli crogiolandosi nel suo status di “credente dell’indefinito” e non si sa bene cosa, separa gli atei dai fedeli. Ho notato poi una subdola tendenza ad assolutizzare lo status di ateo. Io non mi ritengo un ateo in assoluto. Non nego assolutamente la possibilità di Dio, ma non scorgendone gli effetti nel sul piano materiale, ne su quello emotivo – ne guardandomi attorno scorgo frutti sufficientemente maturi da parte di coloro che pretendono di dispensarne – mi trovo costretto a scartarne l’ipotesi. Quindi è inutile chiedermi oggi se sono ateo. A che pro?

Un domani potrei anche diventare un fervido predicatore. Per quanto la religione propugni argomentazioni spirituali ai suoi fedeli è pur vero che essa si arroga anche il diritto di autorità terrena, ed e proprio su queste questioni “terrene” che vanno ad arenarsi e contraddirsi la maggior parte delle opinioni dei “credenti a metà” come mio padre. Non si può secondo me abbracciare una religione a motivo di alcune “verità” e scartarne delle altre altrettanto importanti perché ritenute scomode o giudicare a cuor leggero delle sentenze ritenute “ingiuste”. A quel punto si perde la bussola e la direzione. Ed è proprio per questo, nel caso del cattolicesimo, che è posta la figura del Papa in quanto vicario di Cristo. In definitiva per come la vedo io: se uno ha Fede deve necessariamente avere “fiducia” anche nella organizzazione terrestre che dispensa gli opportuni argomenti di fede.

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